04/12/2013

Presentazione European Foreign Policy Scorecard 2013, Aprile 2013

04/10/2013

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La vittoria di Enrico Letta, Silvia Francescon, 3 ottobre 2013

Mercoledì scorso il primo ministro Enrico Letta e il suo governo hanno ricevuto il voto di fiducia con larga maggioranza sia al Senato che alla Camera dei Deputati. Le dimissioni dei ministri del Popolo della Libertà avvenuta il 29 settembre in seguito alla richiesta di Silvio Berlusconi hanno indotto il primo ministro a chiedere il voto di fiducia in Parlamento facendo vacillare la coalizione di governo. Nonostate il primo ministro abbia rifiutato le dimissioni dei ministri PDL, esse hanno innescato una crisi politica generando rinnovata istabilità.

 

Il motivo ufficiale delle dimissioni è stata l’opposizione del PDL a qualsiasi tipo di aumento fiscale, quindi la decisione di aumentare l’IVA di un uleteriore 1%  (portandola al 22%) è stato considerato inaccettabile dai ministri. Tuttavia, non è un segreto che Berlusconi abbia chiesto ai “suoi” ministri di dimettersi pochi giorni prima del voto al Senato sulla sua interdizione dai pubblici uffici in seguito alla condanna per evasione fiscale.

 

Forti sono state le reazioni sia a livello nazionale che europeo. La risposta iniziale del mercato italiano è stata dura dal momento che lo spread è aumentato di 22 punti base da 265 pb il 27 settembre a 287 pb il 1 ottobre. Tuttavia, non appena la notizia di una possibile scissione del PDL diventava sempre più reale, la borsa di Milano registrava un aumento di ben 3 punti percentuali. I sindacati e Confindustria hanno espresso preoccupazione riguardo l’instabilità politica ed economica che sembra diventare cronica, e il Ministro degli Esteri Emma Bonino ha dichiarato che l’instabilità politica avrebbe potuto mettere a repentaglio sia il rinnovato impulso dell’Italia nella politica estera che la sua abilità di amministrazione della prossima presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea a cominciare dal secondo semestre del 2014.
Anche l’Unione Europea ha espresso unanimamente il supporto a Letta, da Angela Merkel a José Manuel Barroso e Martin Schulz. Non a caso, sin dall’inizio del suo mandato Letta ha dimostrato di essere un convinto europeista. Il Presidente della Commissione europea Manuel Barrosso, in un tentativo di arginare la crisi, ha telefonato a Berlusconi per esprimere preoccupazione affermando che una crisi di governo in Italia, la terza economia d’Europa, avrebbe messo a repentaglio la stabilità dell’intera UE. Angel Gurria, segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, si è aggiunto ai moniti   sottolineando come l’instabilità avrebbe costituito un ostacolo per la ripresa dell’Italia.

 

Il risultato del voto di fiducia ha reso Letta e il suo governo più forti di prima. E forse ha anche reso Berlusconi più debole di quanto non lo sia mai stato, nonostante gli italiani abbiano imparato a non credere mai alla fine della carriera politica di Berlusconi. Come ho scritto in un post precedente, Letta è giovane, ma ha esperienza. Durante la crisi ha dimostrato di essere un vero leader. I suoi discorsi al Senato e alla Camera sono stati pacati, ma carismatici. Letta ha fortemente respinto la definizione che i giornalisti hanno attribuito al suo governo, il “governo del rinvio”. Infatti, ha sottolineato i successi dei suoi cinque mesi di governo e ha stilato dieci punti d’azione per la ripresa dell’Italia: un rinnovato impegno nel mantenere gli obblighi presi con l’UE, cominciando con una serie di incontri con i maggiori leader europei; la riforma del sistema fiscale, con particolare attenzione alla lotta all’evasione; la riduzione dei costi del lavoro; e una nuova politica industriale basata soprattutto  sulle PMI, l’ambiente e la tecnologia. Ha anche messo in evidenza la necessità di affrontare il problema dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile (ora al 40,1%) e ridurre i costi della politica. Ha avvertito i parlamentari che l’Italia “corre un rischio, un rischio fatale” che dipende dalle loro scelte, ha affermato che l’Italia manterrà tutti gli impegni europei, e ha ribadito la sua volotà di creare gli “Stati Uniti d’Europa” se non per un ideale, almeno per necessità.
Ma la vera notizia va oltre il successo di Enrico Letta. Mentre al Senato il suo partito stava contando i voti mancanti per ottenere la fiducia tra i dissident del Movimento 5 Stelle e altri senatori appartenenti al gruppo misto, con la convinzione che i senatori PDL avrebbero seguito il loro leader senza questioni, il vice primo ministro e segretario del PDL, Angelino Alfano, decideva di opporsi ai diktat di Berlusconi e concedere la fiducia al governo. La decisione è stato il primo eclatante colpo di scena. La decisione di Alfano è stata immediatamente seguita da una dichiarazione ufficiale di 25 senatori PDL disposti a creare un nuovo gruppo parlamentare. In mezz’ora il governa Letta è passato dalla disfatta a una nuova e più forte maggioranza.

A quel punto, un nuovo avvenimento ha apparentemente stupito tutti dal PDL al Partito Democratico: Berlusconi annuncia ufficialmente che lui e il suo partito avrebbero votato a favore del governo Letta e così è stato. Per la prima volta Berlusconi si è reso conto di non essere più circondato da “yes men”. E mentre per la prima volta Alfano ha dimostrato segnali di indipendente capacità di comando, Berlusconi per la prima volta ha compreso che la sua posizione come capo del partito era in serio pericolo e che merttersi in opposizione al governo avrebbe significato la rottura del PDL.
Quindi, tanto rumore per nulla? No

 

Mentre forse il PDL andrà incontro ad una scissione interna, la rinnovata forza del governo lo lascia libero da interferenze e quindi libero di perseguire e mettere in atto le sue promesse. Questo certamente ha più profonde implicazioni: non più scuse per i ritardi delle riforme nazionali. Questo governo ha una scadenza molto chiara : il 2015. Da questo momento deve gestire un enorme debito pubblico, livelli insostenibili di disoccupazione giovanile, mettere in atto le riforme strutturali, combattere l’evasione fiscale e la corruzione, spingere la crescita, aumentare la competitività e attrarre investimenti esteri. Queste sono cose che devono essere fatte a casa con l’aiuto e il supporto degli stati membri e delle istituzioni dell’UE, tenendo presente che la responsabilità risiede sempre a livello nazionale. I prossimi giorni mostreranno se il governo non è più ostaggio delle tribolazioni personali di Berlusconi.

 

Enrico Letta’s victory, Silvia Francescon, October 3rd 2013

On Wednesday, Prime Minister Enrico Letta and his government passed a vote of confidence with a large majority both in the Senate and in the Lower House. The resignation of ministers from the centre-right Peoples’ of Freedom Party (PDL) on 29 September upon the request of their leader Silvio Berlusconi prompted the confidence test, shaking the government coalition. Though the prime minister rejected the resignations, they sparked a political crisis paving the way for renewed instability.

The official reason for the resignations was the PDL’s opposition to any kind of tax upsurge, as they deemed a further 1 percent VAT (taking it to 22 percent) increase unbearable. But it’s no secret that Berlusconi asked “his” ministers to resign just a few days ahead of a Senate vote to ban him from holding any public office as a consequence of his tax-fraud conviction.

Strong economic reactions came at the national and European level. The Italian market’s initial response was harsh, as Italy’s yield spread increased by 22 basis points from 265 bp on 27 September to 287 bp on 1 October. However, as a split inside the PDL over support to the government became a reality, Milan’s Stock Exchange gained three percentage points. Both trade unions and the Italian employers’ federation expressed concern over the seemingly chronic political and economic instability, and Foreign Minister Emma Bonino declared that instability could hinder Italy’s renewed impulse in foreign policy, not to mention its ability to administer the incoming Italian presidency of the EU, beginning in the second semester of 2014.

The European Union also supported Letta unanimously, from Angela Merkel to José Manuel Barroso to Martin Schulz. Indeed, since the very beginning of his mandate, Letta proved to be a real and committed European supporter. European Commission President Manuel Barroso, in an attempt to contain the crisis, called Berlusconi to express his concern and declared that a government crisis in Italy, the third largest economy in Europe, would jeopardise the stability of the whole EU. Angel Gurria, secretary general of the Organisation for Economic Co-operation and Development, added his voice and concern about how instability would be an obstacle to the recovery path that Italy is pursuing.

The outcome of the vote of confidence made Letta, and his government, much stronger than before. And perhaps it also made Berlusconi weaker than he has ever been, although Italians have learned to never believe that Berlusconi’s political career could be over. As I wrote in a previous post, Letta is young but experienced. Throughout the crisis he has proved to be a true leader. His speeches at the Senate and the Lower House were calm but powerful. Letta strongly rejected the phrase that journalists used to describe his government – “the government of postponement”. As a matter of fact, he highlighted the five months of his government’s successes and outlined ten main points of action for Italy’s recovery: a renewed commitment toward the EU’s duties, starting from a series of meetings with the main European leaders; reform of the fiscal system, with a focus on the tax evasion; the reduction of labour costs; and a new industrial policy mainly based on SMEs and environment and technology. He also highlighted the need to tackle record-high youth unemployment (now at 40.1 percent) and reduce the costs of politics. He warned MPs that Italy “runs a risk, a fatal risk” depending on the choices they make, stated that Italy will comply with all European duties, and restated his wish to create the “United States of Europe”, if not out of a vision, at least out of necessity.

But the real news goes beyond Enrico Letta’s success. While at the Senate, his party was counting the missing votes to obtain confidence from among the Five Star Movement’s dissidents and other Senators belonging to the Mixt group, convinced that the PDL senators would have followed their leader without question. But deputy prime minister and PDL secretary, Angelino Alfano, decided to oppose Berlusconi’s diktat and give the government his vote of confidence. This constituted the first dramatic turn of events. His decision was immediately followed by the official declaration of 25 PDL Senators who were willing to follow him and create a new parliamentary group. In half an hour, Letta’s government went from collapse to a new, stronger majority.

At that point, a second turn of events apparently surprised everybody, from the PDL to the Democratic Party: Berlusconi officially announced that he and his party would have voted in favour of Letta’s government, and so he did. For the first time, Berlusconi realised that he was no longer surrounded by “yes men”. And while for the first time Alfano showed signs of independent leadership, Berlusconi for the first time understood that his position as head of the party was in serious jeopardy and that opposing the government would result in the breakdown of the PDL.

So, much ado about nothing? No.

While perhaps the PDL will undergo an internal split, the government’s newfound strength leaves it free from interference and therefore free to pursue and implement its promises. This, of course, goes much deeper. No more excuses for the delay of domestic reforms. This government has a clear deadline: 2015. From now, it must address an enormous public debt, tackle unbearable youth unemployment, implement structural reforms, address tax evasion and corruption, boost growth, increase competitiveness, and attract foreign investments. These are things that need to be done at home, with the help and support of European member states and institutions, but the ownership and responsibility lay at the national level. The days to come will show if the government is truly no longer hostage to Berlusconi’s personal tribulations. If so, no more excuses.

12/09/2013

Pasquale Salzano, Consigliere ECFR e Vice President for International Governmental Affairs di ENI, per Longitude sulla “shale gas revolution”

As Shale leaves Europe in the dust

 

Pasquale Salzano

These are hard times for policymakers and businessmen, challenged as they are by market transformations, reverse global trade flows, new price dynamics and producer/consumer imbalances. Energy scenarios are sliding with relevant economic and strategic implications. The game-changer is the already well known shale phenomenon in the US, which is reshaping the global economic scene and the US role. Such a shift in energy geopolitics would have probably happened in any case, but without the US revolution it could have taken much more time and, mostly, different directions.

The shale revolution should not be underestimated in Europe, where a deeper understanding of the ongoing global changes should open a new strategic debate. In view of Italy’s Presidency of the European Union, in the second half of 2014, our country may become the key promoter of a wider and comprehensive assessment of the EU energy future.

The extraordinary combination of two pre-existing techniques, fracking and horizontal drilling in the US, was at the origin of a process enabling low cost extraction of oil and gas directly from source rock and low permeability formations. New discoveries and shale resources are extending the world’s hydrocarbon supply base meaningfully. According to the United States Geological Survey (USGS), global gas reserves rose by one third over the last six years, corresponding today to more than 230 years in terms of consumption. Benefits for oil, although more limited, are also very significant, since there is enough oil today to cover 130 years of current consumptions: a “new Saudi Arabia”.

Even if huge hydrocarbon reserves have been discovering from Sub-Saharan Africa and Asia to Latin America, the very nature of shale production makes it specifically tailored for the US economic context. The shale expansion to other parts of the world will probably therefore require more time than generally estimated.

The revolution is already deeply affecting the relationship between the US and the global energy market. The US are quickly increasing energy self sufficiency, decreasing total imports by 30%. From being the world’s biggest gas importer, low costs and high production volumes have the potential to make the US the world’s biggest exporter potentially as significant as Qatar, Australia and the new East Africa’s gas province. Also, and more astonishingly, in a few years the US may become the largest world oil producer overtaking Saudi Arabia and Russia.

The US’s good fortune is affecting the traditional status quo: from Russia to Qatar, from Nigeria to Algeria, established oil&gas suppliers are updating their energy strategies. Beyond winners and losers, the revolution will probably produce unexpected beneficiaries and unintended consequences, which are important to assess.

Canada and Mexico, US traditional energy partners, for example, are reversing gas trade flows with the US. As a consequence, Canada lost its largest export market, while Mexico has started to import cheaper US gas in order to meet its growing internal demand. Both the Canadian and Mexican governments have therefore started to develop new energy strategies.

The Canadian government is helping national producers to access new markets in Asia through Liquefied Natural Gas (LNG) exports. China, at the same time, considers closer energy ties with Canada as a win-win case: it secures more resources to face its growing internal demand and provides equipment and capital to Canada. While Mexico is capitalizing the North American Free Trade Agreement to increase gas imports from the US (doubled over the past three years), balancing declining domestic gas output.

Against this background, however, temptations to fall in love with oversimplified scenarios should be resisted. The argument of a possible US disengagement from the Middle East (due to decreasing energy imports), for example, is more controversial than generally thought. The US involvement in that region, in fact, does not merely rely on energy aspects, but also on other strategic interests like security of key allies, fight against international terrorism and geopolitical stability.

Furthermore, the US will likely continue to import part of its oil needs and Middle East will remain a key supplier (together with Venezuela and Canada). This depends by the quality of middle eastern crudes, which are suited for US refineries, and by the lower production costs. Venezuela and Canada higher marginal production costs, in fact, are due to complex technological application to exploit extra heavy oil and tar sands.

Finally, tensions in Middle Eastern oil provinces affect global energy prices, prompting the US to maintain consistent influence in the area.

Lesson learned from the United States can be useful for Europe. Shale gas discoveries are at the very heart of the so called “American Renaissance”. The ample supply has slashed domestic gas prices, displacing coal in power generation, with benefits on carbon emissions. This dynamic, moreover, is propping up US economic recovery thanks to booming investments and jobs creation in oil&gas and related sectors. Low energy prices are revamping the “Made in the US” because low production costs and cheap feedstock (i.e. gas in petrochemicals, oil in refining) advantage US manufacturing. Moreover, the US business-friendly environment is attracting foreign investors and even strategic European industries are moving key assets to the US.

In fact, energy prices in Europe are higher than other markets and, particularly, three times those in the US. Since 2005, European industries have seen gas prices increased by 35%, while the US peers have experienced a reduction of two thirds.

How was this possible? Unconventional gas exploitation in the US has freed up significant gas volumes for the rest of the world: from being just regional, the gas market is becoming global like the oil’s one. LNG supplies originally planned to be delivered to North America have been re-directed, mostly towards Europe.

As a result of the economic crisis, moreover, Europe has been experiencing the most severe gas demand contraction of the past 30 years, while gas has been facing increased competition with other energy sources, including coal.

Finally, new policy and regulations at the EU level have been leading the European gas market towards greater integration, cross-border gas flows, and booming of short-term trading at main gas hubs in Continental Europe.

Excess on the supply side, coupled with decreased consumption, led to increasing liquidity at European gas hubs and a significant drop of spot prices. Since mid-2008, spot prices have been constantly lower than long term oil-linked contract prices (as oil-prices doubled between 2005 and 2012). A gas market dynamic completely new and opposite to the past decades, when spot prices were well above oil-linked prices was.

The benefits of European shale gas imports or production, would more likely be in terms of EU’s energy mix diversification, increased energy security or, even, stronger political and economic ties with the main gas suppliers. In the best case scenario, European shale gas could just partially compensate declining internal production. A tough prospect for a self-sufficient Europe.

Ensuring affordable, sustainable and secure energy supply for households and companies is, therefore, key for Europe’s competitiveness.

A strategic priority in this light is a stronger EU energy integration, extending interconnections among gas and electricity national networks. New infrastructure projects will of course boost employment and revitalize growth. More effective and transparent rules could also help to mobilize private capitals, making the European Business Environment more attractive: the market itself, in fact, could be the primary source of investments financing.

If deepening European energy integration is a priority, strengthening connections with supplying nations is not less strategic. Most probably, in fact, Europe will continue to import most of its energy in the coming years, and traditional producers like Norway, Russia, Libya and Algeria will continue to play a key role for Europe. Consolidating commercial and political ties with them could be an effective way to increase European energy security.

Diversification of Europe’s energy supply and a more efficient domestic resources exploitation could, simultaneously, stimulate growth and increase competitiveness. In this respect, shale gas in Europe is much more controversial than in the US, for technical, legal, political and social reasons. The debate on its possible exploitation, however, should be less ideological, more inclusive and acknowledged on benefits and drawbacks.

In front of the European Hamletic dilemma between austerity and growth, the EU could point on large transnational projects, in a renewed and more friendly business environment, attractive to private and international investors. Energy infrastructure could be the key for a more economically integrated and farsighted Europe.

The shale gas revolution challenges the Old Continent’s traditional energy posture, prompting policymakers to strengthen the strategic link between energy and the economic recovery.

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05/07/2013

Getting our own house in order, by Silvia Francescon, July 2, 2013

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Welcome in Europe, Croatia! This week a new country joined the EU, and I hope others will follow – including Turkey. To join the EU, these countries will have to undergo complex accession negotiations. Europe requires the highest standards on many issues, and rightly so. But once you are in, who takes control? Who monitors that all the tough requirements are not only on papers but also implemented?

On human rights, where Europe is considered a champion and whose protection and promotion is a pre-requisite for accession, Member States have demonstrated that sometimes they take a break from their promises. Look at Hungary, or Sarkozy and the Roma case.

You could also look at the long situation of (in)justice in my own country, Italy: last week, while the United Nations celebrated the International Day in Support of Victims of Torture, the Italian Council of Ministers passed a decree to ease chronically overcrowded prisons, declared an emergency in 2010. This was an important step towards the right direction of tackling injustice in Italian jails, but much more needs to be done, starting from inserting torture in the body of tort law. Yes, in Italy the crime of torture does not exist! Last week’s bill mandates a reduction of pre-trial detention and alternatives to jail for minor offences and for alcoholics and drug addicts committing minor crimes. According to the prison rights group Antigone, 40 percent of inmates have pending trials; in Germany and Britain it’s 15 percent. Of convicted prisoners, 37 percent are serving sentences for drug-related crimes, compared to a European average of 15 percent.

In Italy, the detainees are mostly men (women are 4 percent) and 41 percent of the prison population is under 35. The Minister for Justice, Anna Maria Cancellieri, said there are 65,831 prisoners, despite official capacity of the system being 47,045. The country’s detention facilities are running at 142 percent capacity, with some jails at 268 percent. The country’s slow-moving justice system is the major cause of this dramatic situation.

Independent research centres, such as the International Centre for Prison Studies and the above mentioned Antigone, say the 206 Italian jails are the most crowded in the European Union, and the number of prisoners is estimated to be even higher than what officially declared. Not surprisingly, back in January the European Court of Human Rights ruled that Italy’s prisons violated inmates’ basic rights, and ordered them to make required changes within a year. The court ruled on a 2009 case over the crowded living conditions brought by seven inmates: they were detained in two separate jails, in nine square-meter cells that were shared by three prisoners. In Strasbourg, the Court said the conditions violated the European Convention on Human Rights, which forbids torture and inhumane or degrading treatment.

Unfortunately Italy picks up two sad records when it comes to human rights violations and torture. In 2012 it collected a record haul of fines at the European Court of Human Rights, which ordered Italy to pay a total of €120 million to citizens whose rights had been violated. These were the highest annual fines that any of the 47 member states of the Council of Europe had total ever collected. In addition, Italy is regularly fined for the slowness of its legal system, which implies that the right to have justice in a reasonable time frame is frequently disregarded.

The other primacy our country has is that it is the only country across the EU where the crime of torture is not part of the Penal Code. Despite Convention obligations and Italian constitutional provisions requiring the criminalisation of torture, Italy has failed to adopt all the required legislation. In particular, certain types of physical or mental torture under Article 1 of the Convention may not be covered by the criminal law, partly because of the absence of a specific “crime of torture” in the Italian penal code. Last October, the Parliament approved the ratification of the Optional Protocol to the UN Convention against Torture, but failed to introduce the crime of torture into the criminal code, as the Convention requires. No systemic measures were taken to prevent human rights violations by police, or to ensure accountability for them.

This had implications for the trials regarding the 2001 Genoa G8 – in my view the worse page for the democracy of the Italian Republic. 25 senior officials and police officers were convicted for their involvement in the ill treatment of demonstrators on 21st July 2001, receiving sentences of up to five years. However, due to a law designed to cut inmate numbers, which allows for a three-year reduction in sentences, nobody was imprisoned, although all were suspended from duty for five years. This is what happens in the absence of the crime of torture.

Being Europeans means much more than respecting deficit parameters. Europe must be able to maintain its social standards even once States are already Members and with a proper accountability mechanism. How can Europe be respected abroad if it does not apply internally what it preaches? How can Italy represent Europe in the second half of 2014 if it does not reform internally, not only on the economic front but also on the human rights one? The accession to Europe of a new EU member is a reminder that those already in the club need to get their own houses in order too.

Traduzione

Teniamo la nostra casa in ordine

Croazia, benvenuta in Europa! Questo week-end un nuovo stato è entrato a far parte dell’UE, e spero che ne seguiranno altri – inclusa la Turchia. Per entrare a far parte dell’Unione Europea, questi paesi sono sottoposti a complicati negoziati di adesione. L’Europa richiede elevati standard su molte questioni ed è giusto così. Ma una volta che sei dentro, chi detiene il controllo? Chi controlla che tutti i requisiti siano realmente implementati e non rimangano solo sulla carta?

Per quanto riguarda i diritti umani, per i quali l’Europa è considerata un modello e la cui promozione e protezione è considerata un pre-requisito per l’accesso, gli Stati Membri stessi hanno dimostrato che non sempre mantengono le promesse. Basta guardare al caso dell’Ungheria, o a quello di Sarkozy e dei Rom.

Si può anche guardare alla situazione di ingiustizia nel mio stesso paese, l’Italia: la scorsa settimana, mentre le Nazioni Unite celebravano la Giornata Internazionale in Supporto alle Vittime di Tortura, il Consiglio dei Ministri, ha approvato un decreto che aiuta le prigioni cronicamente affollate, dopo l’emergenza dichiarata nel 2010. Questo è un passo avanti per poter affrontare le ingiustizie nelle prigioni italiane, ma vi è ancora molto da fare, come inserire il reato di tortura nel nostro codice civile. Già, in Italia il reato di tortura non esiste! La scorsa settimana è stato approvato un disegno di legge per ridurre la custodia preventiva e per proporre pene alternative alla prigione per i reati minori e per alcolizzati e drogati che commettono reati minori. Secondo Antigone, un movimento per i diritti dei detenuti, il 40% dei detenuti, ha processi pendenti; in Germania e Gran Bretagna il 15%. Dei detenuti condannati, il 37% sta scontando una pena per reati relativi ai crimini di droga, mentre in Europa il 15%.

In Italia i detenuti sono soprattutto uomini (le donne sono il 4%) e il 41% dei detenuti ha meno di 35 anni. Il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri ha affermato che ci sono 65.831 detenuti, nonostante la capacità di detenzione ufficiale del sistema sia di 47.045 detenuti. Le strutture di detenzione lavorano al 142% delle loro capacità, in alcune progioni al 268%. La lentezza del nostro sistema giudiziario è la causa maggiore di questa drammatica situazione.

Centri di ricerca indipendenti, come l’International Centre for Prison Studies, o il già menzionato centro di Antigone, sostengono che 206 prigioni italiane sono le più popolate dell’Unione Europea, e che il numero reale di detenuti sia superiore rispetto a quanto dichiarato. Non a caso, a gennaio la Corte Europea per i Diritti Umani ha stabilito che le prigioni italiane violano i diritti fondamentali dei detenuti ed ha ordinato di attuare i cambiamenti richiesti entro un anno. Il tribunale ha stablito queste decisioni basandosi su un caso del 2009 che riguardava le condizioni di sette detenuti: erano detenuti in due prigioni separate, in celle di nove metri quadri che erano condivisre da tre detenuti. A Strasburgo, la Corte ha decretato che queste condizioni violassero la Convenzione Europea dei Diritti Umani, che proibisce la tortura e i trattamenti disumani o degradanti.

Sfortunatamente l’Italia è detentrice di due tristi record, legati alle violazioni dei diritti umani e dalla tortura. Nel 2012 ha collezionato sanzioni della Corte Europea per i Diritti Umani, la quale ha ordinato all’Italia di pagare 120 milioni di euro a cittadini di cui erano stati violati i diritti, la più alta multa presa dai 47 Stati Membri del Consigli d’Europa abbia mai collezionato. Inoltre, l’Italia è regolarmente multata per la lentezza del sistema giudiziario, con la conseguenza che il diritto di avere giustizia in tempi ragionevoli è frequentamente disatteso.

L’Italia è inoltre l’unico paese dell’Unione Europea a non avere il reato di tortura nel proprio codice penale, secondo primato. Nonostante gli obblighi della Convenzione e le disposizioni costituzionali italiane che richiedono la criminalizzazione della tortura, l’Italia non ha adottato tutte le norme necessarie. In particolare, alcuni tipi di tortura fisica o mentale ai sensi dell’Articolo 1 della Convenzione, non possono essere coperti dal diritto penale, in parte proprio per l’assenza di uno specifico “reato di tortura” nel codice penale italiano stesso. Lo scorso ottobre il Parlamento ha approvato la ratifica di un protocollo opzionale per le Nazioni Unite contro la tortura, ma non è riuscita a introdurre il reato di tortura nel codice penale, come richiede la  Convenzione. Non sono state assunte misure sistematiche per prevenire violazioni dei diritti umani da parte della polizia, o per poter accertare eventuali responsabilità.

Tutto ciò ha avuto implicazioni nei processi riguardanti i fatti del G8 di Genova del 2001 – dal mio punto di vista la peggiore pagina della democrazia della Repubblica Italiana. 25 alti ufficiali e poliziotti sono stati condannati per il coinvolgimento nel maltrattamento dei manifestanti del 21 luglio 2001, ricevendo condanne fino a cinque anni. Tuttavia, a causa di un disegno di legge che voleva tagliare il numero di detenuti e che consentiva una riduzione di tre anni delle condanne, nessuno è stato incarcerato, anche se tutti sono stati sospesi dal servizio per cinque anni. Questo è ciò che accade in assenza del reato di tortura.

Essere europei significa molto più che rispettare semplicemente i parametri di deficit. L’Europa deve riuscire a mantenere i suoi standard sociali e con un meccanismo di responsabilità adeguata. Come può l’Europa essere rispettata all’estero se non applica all’interno ciò che predica? Come può l’Italia rappresentare l’Europa nella seconda metà del 2014 se prima non si riforma internamente, non solo dal punto di vista economico ma anche dei diritti umani? L’entrata in Europa di un nuovo membro sia il promemoria per coloro che già vi appartengono per “tenere in ordine le proprie case”.

05/07/2013

Unemployment across the eurozone, by Silvia Francescon, June 13, 2013

Jobcentre
Ministers from France, Germany, and Italy are expected to meet in Rome this week to tackle youth unemployment and introduce reforms to relaunch growth and competitiveness. What is at stake is the European project. The German finance minister, Wolfgang Schäuble, described it as a “battle for Europe’s unity”, and warned that a revolution might occur if Europe’s welfare model is abandoned. Joblessness is an emergency and it is good sign that it is on top of the agenda of the next European Council (to be held end of June). President Van Rompuy acknowledged [1] that the number of unemployed people in the Union, especially of the unemployed young, is at record levels. At last, European leaders are addressing social issues alongside economic ones.The European Commission has proposed a series of measures in the framework of the Youth Employment Package: the European Alliance for Apprenticeships will be launched in early July; the recommendation to establish a Youth Guarantee has been swiftly adopted by the Council; the importance of tackling youth unemployment has been underlined in the Compact for Growth and Jobs. In June 2012 the EC redirected EU funds to help 800,000 young people in the eight worst hit countries. Last February €6 billion were set aside for the Youth Employment Initiative within the next seven year EU budget. Of course, as the dreadful unemployment figures suggest, these measures will not fix the problem.

What is really needed is reform, as European Central Bank President Mario Draghi has pointed out. The ECB won’t act to ensure the solvency of a country, he said. He guaranteed that a higher inflation rate will not be used to solve debt crises, and said interest rates will rise once confidence returns to the euro area. Instead he suggested that indebted countries should follow Germany’s 2003 reforms. Those brave reforms (for instance to the labour market) may have led to the electoral demise of Chancellor Schröder, but in the long term they also ensured Germany would suffer far less unemployment during the crisis.

Italy, the eurozone’s third-biggest economy, is worse off than most of the others precisely because it has not enacted and implemented structural reforms over the past 20 years. Despite a timid recovery in 2010, since the middle of 2011 it has been stuck in its longest post-war recession, while unemployment has hit record levels. In the last quarter of 2012, Italy’s GDP fell by 0.9 percent, and the country’s real GDP dropped by 2.4 percent in 2012 as a whole. Private consumption contracted unprecedentedly by more than 4 percent, and government consumption also experienced a serious setback following severe fiscal consolidation. The new government is looking at the possibility of using €1.1 billion to reduce taxes for enterprises that hire young employees on long-term contracts. Italy’s competitiveness has been declining over the past decade: real unit labour costs have grown at a faster pace than productivity, and faster than in most of the euro area. Since the creation of the euro, Italy’s unit labour costs have risen by about 30 percent more than the currency area average. Real unit labour costs rose by 0.7 percent in 2012. [2]

According to the latest Eurostat [3] estimates, in April 2013 26,588,000 people in the EU-27 were unemployed, of whom 19,375,000 were in the euro area (EA-17). This represents increases of 104,000 in the EU-27 and 95,000 in the euro area compared to just one month earlier. When the comparison is with one year earlier, unemployment rose by 1,673,000 in the EU-27 and by 1,644,000 in the euro area. The EA-17 unemployment rate went from 11.2 percent in April 2012 to 12.2 percent in April 2013; in the EU-27 it rose from 10.3 percent to 11 percent over the same period. Among the Member States, the lowest unemployment rates were recorded in Austria (4.9 percent), Germany (5.4 percent), and Luxembourg (5.6 percent); and the highest rates in Greece (27 percent in February), Spain (26.8 percent), and Portugal (17.8 percent).

The economic crisis has hit the youth more than other age groups. From the beginning of 2009, the EU-27 youth unemployment rate was higher than in the euro area between 2000 and mid-2007. Since then, and until the third quarter 2010, these two rates have been very close. In the middle of 2012 the euro area youth unemployment rate overtook the EU-27 rate, and the gap has since increased.

In April 2013, 5,627,000 young persons (under 25) were unemployed in the EU-27, of whom 3.624 million were in the EA-17. In April 2013, the youth unemployment rate was 23.5 percent in the EU-27 and 24.4 percent in the euro area, compared with 22.6 percent in both zones in April 2012. In April 2013 the lowest rates were observed in Germany (7.5 percent), Austria (8.0 percent) and the Netherlands (10.6 percent); and the highest in Greece (62.5 percent in February 2013), Spain (56.4 percent), Portugal (42.5 percent) and Italy (40.5 percent).

However, out of this economic and social crisis Europe could find more legitimacy, which seems to be lost for European citizens. Between now and the June European Council, leaders will have the opportunity to adopt measures that demonstrate that Europe is not a super-national entity aimed at making lives difficult, but it is still a land of opportunities. We will be following these meetings closely, as unemployment is not simply a matter of numbers: it is a matter of people, of Europeans, and the future of the European project.

[1]http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/ec/137290.pdf

[2]http://www.ecb.europa.eu/stats/exchange/hci/html/hci_ulct_2012-10.en.html

[3]http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Unemployment_statistics#Youth_unemployment_trends

Traduzione

I Ministri di Francia, Germania, Spagna e Italia si incontrerano a Roma questa settimana per discutere della disoccupazione giovanile e per introdurre nuove riforme per rilanciare la crescita e la competività. La posta in gioco è il Progetto Europeo. Il Ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schauble, lo ha descritto come una “battaglia per l’unità europea”, ed ha parlato di rivoluzione se il modello del welfare  europeo venisse abbandonato. La mancanza di lavoro è un’emergenza ed è un buon segno che sia al primo posto nell’agenda del prossimo Consiglio Europeo (di giugno). Il presidente Van Rompuy ha ufficialmente dichiarato che il numero di disoccupati in Europa, specialmente per quanto riguarda i giovani, è a livelli di record. E’ importante che i leader europei  stiano affrontando insieme questioni sociali ed economiche. La Commissione Europea ha proposto una serie di misure nel quadro del Youth Employment Package: la European Alliance for Apprenticeship verrà lanciata verso la fine di luglio; la raccomandazione di istituire un Youth Guarantee è stata rapidamente adottata dal Consiglio; l’importanza di discutere della disoccupazione giovanile è stata sottolineata nel Compact for Growth and Jobs. Nel giugno 2012 il Consiglio Europeo ha rindirizzato all’UE fondi per aiutare 800.000 giovani provenienti dalgi otto paesi più colpiti dalla crisi. Lo scorso febbraio, la Commissione ha anche destinato 6 milioni di Euro per la Youth Employment Initiative inseriti nel budget dell’UE dei prosismi sette anni.  Certamente, come suggeriscono gli scoraggianti dati sulla disoccupazione giovanile, queste misure non risolveranno il problema.

Quello che è veramente necessario sono le riforme, come ha sottolineato il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. La BCE non interverrà  per risolvere le insolvenze dei paesi. Ha garantito che non verrà aumentata la rata di inflazione per risolvere il problema del debito, e che le rate di interesse faranno tornare la fiducia nel ritorno nella zona euro. Draghi ha proposto che i paesi indebitati seguano l’esempio delle riforme attuate dalla Germania nel 2003. Queste coraggiose riforme (prima di tutto la riforma del lavoro) hanno probabilmente portato al crollo elettorale del Cancelliere Schroeder, ma a lungo termine hanno permesso alla Germania di soffrire meno durante la crisi.

In Italia, la terza economia dell’euro zona,  la situazione è peggiore che in altri paesi, proprio perchè negli ultimi 20 anni non sono state attuate ed implementate riforme strutturali. Nonostante un timido recupero nel 2010, dalla metà del 2011 l’Italia è rimasta bloccata nella più lunga recessione mai vissuta e la disoccupazione ha raggiunto livelli da record. Nell’ultimo trimestre del 2012, il PIL dell’Italia è sceso del 0.9%, e il PIL reale del 2.4%. I consumi privati si sono contratti di oltre il 4% e anche i consumi pubblici hanno subito una battuta d’arresto in seguito alle severe misure fiscali. Il nuovo governo vorrebbe utilizzare 1 milione di euro per ridurre le tasse per le imprese in modo che possano assumere giovani con contratti a tempo indeterminato. Nell’ultimo decennio la competitività dell’Italia è in calo: il costo del lavoro reale per unità è cresciuto più in fretta dei ritmi produttivi, e più in fretta di qualsiasi altro paese dell’euro zona. Fin dalla creazione dell’Euro, i costi lavorativi dell’Italia sono cresciuti del 30% in più della media delle altre aree. I costi reali del lavoro sono aumentati del 0.7% nel 2012.

Secondo le ultime stime Eurostat, nell’aprile 2013 26.588.000 persone nei 27 paesi dell’UE erano disoccupate, di cui 19.375.000 nell’euro zona (EA-17).  Un aumento di 104.000 disoccupati nei 27 paesi dell’UE e di 95.000 nell’euro zona, rispetto a Marzo. Con riferimento al 2012, i disoccupati sono cresciuti di 1.673.000 unità nei 27 paesi dell’UE e di 1.644.000 nell’euro zona. I disoccupati dell’ EA-17 sono cresciuti dall’11.2% dall’aprile 2012 al 12.2% dell’aprile 2013; nei 27 paesi dell’UE è cresciuto dal 10.3% all’11% nello stesso periodo. Tra gli stati membri, i tassi più bassi di disoccupazione sono stati registrati in Austria (4.9%), Germania (5.4%) e Lussemburgo (5.6%);  i tassi più alti in Grecia (27% a febbraio), Spagna (26.8%) e Portogallo (17.8%).

La crisi economica ha colpito in particolar modo i giovani. Sin dall’inizio del 2009, il tasso di giovani disoccupati dei 27 paesi dell’UE era più alto di quello dell’euro zona tra il 2000 e la prima metà del 2007. Da allora e fino al 2010, questi due tassi sono stati molto vicini. Tuttavia verso la metà del 2012 il tasso di giovani disoccupati nell’euro zona ha superato quello dei 27 paesi dell’UE.

Nell’aprile 2013, 5.627.000 giovani under 25 erano disoccupati nei 27 paesi dell’UE, dei quali 3.624.000 nel EA-17. Nell’aprile 2013, il tasso di disoccupazione giovanile era del 23.5% nei 27 paesi dell’UE e del 24.4% nell’euro zona, mentre nel 2012 il 22.6% in entrambe le zone. Nell’aprile 2013 i tassi più bassi si sono riscontrati in Germania (7.5%), Austria (8.0%) e Olanda (10.6%) ; i tassi più alti in Grecia (62.5% a febbraio 2013), Spagna (56.4%), Portogallo (42.5%) e Italia (40.5%).

Ad ogni modo, al di fuori di questa crisi economica e sociale l’Europa dovrebbe trovare una maggiore legittimità, che agli occhi dei cittadini europei  sembra essere andara persa. Prima del Consiglio di giugno, i leader  Europei avranno l’opportunità di adottare misure per dimostrare che l’Europa non è un’entità sovra-nazionale volta a creare difficoltà, ma rappresenta ancora una terra di opportunità. Seguiremo attentamente questi incontri, perchè la disoccupazione non è una semplice questione di numeri: si tratta di persone, di europei e del futuro del progetto europeo.

14/06/2013

IRAN, SERVE UN LEADER REALISTA, La Stampa, 14 giugno

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LAPO PISTELLI, Vice Ministro degli esteri e Consigliere ECFR

Caro Direttore, gli iraniani scelgono oggi il successore di Ahmadinejad. E’ un passaggio stretto e difficile innanzitutto per Teheran, cui il mondo guarda però con estremo interesse. Il Consiglio dei Guardiani ha selezionato preventivamente i candidati mutilando fortemente la griglia degli sfidanti, impedendo di correre agli esponenti di punta del fronte riformista (che si richiamavano larvatamente all’onda verde del 2009) ma anche a quelli del fronte radicale, impegnati a cercare una continuità con il Presidente uscente.

Cionondimeno, la campagna elettorale ha dimostrato – nell’inedito format dei tre confronti televisivi all’americana – una certa vivacità anche fra gli esponenti dei principalisti, legati tutti a un rapporto di fedeltà con la Guida Suprema. Se il programma nucleare a scopi pacifici è un tema che unifica da sempre e compattamente non solo tutti i candidati alla Presidenza ma anche gli oppositori più critici del regime, il modo con cui Teheran si è rapportata col mondo, negoziando questa partita – per non parlare della gestione dell’economia – ha invece fortemente diviso i candidati fra loro. Il regime cerca – a partire dalla percentuale di partecipazione al voto della propria giovanissima popolazione – la legittimazione “democratica” della propria diversità rispetto ai Paesi dell’area, ma è abbastanza chiaro per tutti che si è storicamente esaurita lapossibilità di “esportare” il peculiare modello istituzionale e religioso della propria rivoluzione (l’ultima analisi illusoria fu quella di ritenersi fonte di ispirazione della primavera araba) al di fuori del propri confini. Persiana fra arabi, sciita fra sunniti, teocratico-repubblicana fra monarchie, Teheran reclama un proprio spazio nei nuovi equilibri regionali e mondiali. La via di Ahmadinejad è clamorosamente fallita. Dalla contestata rielezione del 2009 fino alla rottura frontale con la Guida, l’ex Presidente ha schiacciato il Paese in un’insopportabile retorica negazionista, ha cercato improbabili alleanze con i Paesi ex non allineati, ha stretto una morsa insopportabile sulle libertà civili e politiche, ha pagato il conto salato delle sanzioni internazionali.

Il Presidente oggi esce mentre la Guida resta. I candidati in lizza – quattro su sei legati ad Ali Khamenei – sono tutte personalità d’indubbio spessore ed esperienza. Spetterà al vincitore – nell’auspicio che il voto si svolga in condizioni accettabili – decidere se e come aprire una diversa fase delle relazioni fra Teheran e il mondo. La comunità internazionale ha interesse a far cambiare i termini dell’equazione, a ritrovare un partner che – pur nella diversità talora radicale di posizioni – possa essere coinvolto utilmente nella discussione sui molti dossier di interesse comune. E’ il caso del già menzionato negoziato nucleare sul quale non sono consentite scorciatoie e furbizie. E’ quello della stabilizzazione dell’Afghanistan con il quale l’Iran condivide quasi mille km di confine, o dell’altro vicino iracheno. E’ il caso – soprattutto in questi giorni – della discussione suformato, contenuti e possibili esiti della Conferenza di Ginevra 2 sulla guerra in Siria dove – come sostengono il governo italiano e il ministro Bonino – se non si vuole che Teheran, capofila dell’arco sciita, continui a essere un pezzo rilevante del problema, è opportuno trovare le forme perché diventi parte di una possibile soluzione. Oggi insomma potrebbe iniziare la prima scena di un nuovo film. Quale sia il finale dipenderà innanzitutto dalle scelte degli iraniani e dal grado di razionalità del nuovo rapporto Presidente-Guida, ma servirà poi la nostra capacità di leggere intelligentemente i nuovi scenari che si potrebbero aprire.

*Vice Ministro degli Affari Esteri

12/06/2013

Il Ministro Emma Bonino alla Camera sugli sviluppi della situazione in Turchia

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Signora Presidente, onorevoli deputati e colleghe, innanzitutto desidero rassicurarvi che la Farnesina ha seguito sin dall’inizio gli avvenimenti in Istanbul, Ankara e Smirne, con attenzione anche alla presenza di cittadini italiani, oltre che alle implicazioni politiche. La nostra ambasciata ad Ankara, così come i consolati a Istanbul e a Smirne, sono stati costantemente in contatto con l’unità di crisi della Farnesina per poter offrire aggiornate informazioni e assicurare la tutela ai cittadini italiani residenti o in transito in quel Paese.
Intanto, i fatti: l’iniziale manifestazione a Istanbul del 31 maggio contro la ristrutturazione del Gezi park decisa dal Governo, era una manifestazione contenuta in termini di partecipazione e si caratterizzava come espressione pacifica dei cittadini. La reazione da parte della polizia – una reazione sproporzionata, come ammesso peraltro dalle autorità turche stesse – ha poi offerto l’opportunità anche ad altri gruppi di esprimere il loro disagio verso il Governo e verso alcune politiche del Governo. Da Ankara le proteste si sono propagate in numerose altre città e in uno scenario sempre più di contrapposizione con caratteristiche critiche verso il potere politico rappresentato dall’AKP. Inoltre, l’opposizione kemalista si è unita alle manifestazioni piuttosto che guidarle. In realtà, queste manifestazioni sono nate sostanzialmente – e lo dirò ancora dopo – come manifestazioni spontanee e limitate di parti diversificate della società.
Ad Istanbul l’epicentro della protesta è stato a piazza Taksim e a Istiklal, la principale arteria commerciale. Anche ad Ankara gli scontri si sono registrati in una centrale area commerciale. Iniziative più circoscritte si sono verificate a Smirne e anche ad Antalia, a Mugla, a Samsun, a Sivas e a Ghana. In un contesto ancora molto conflittuale ed incerto, il bilancio ufficiale degli scontri è, per ora, di centinaia di feriti e quattro vittime: tre dimostranti e un appartenente alle forze dell’ordine.
A far sperare in un rasserenamento degli animi era stato il Presidente della Repubblica Gul, che ha esortato Governo e forze dell’ordine a rispettare il diritto dei manifestanti ad esprimere le proprie idee e a mostrare la necessaria sensibilità verso le opinioni di tutti. Il Vicepremier Arinch si è scusato per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia ai danni dei dimostranti di Gezi park, e in parallelo il Ministro dell’interno Guler ha avviato inchieste per accertare responsabilità di amministratori locali e ufficiali di polizia.
Rientrando della sua visita ufficiale in nord Africa, il Primo Ministro Erdogan ha definito necessarie le dichiarazioni di Arinch, ma successivamente il Governo di Ankara ha oscillato tra apertura di dialogo e segnali di chiusura, e il rischio è quello di una polarizzazione crescente. Dopo prime dichiarazioni in parte concilianti, il Primo Ministro sembra non escludere la via della prova di forza, scenario che comporta naturalmente rischi politici, oltre che umanitari, seri.
Intanto, il 7 giugno si è svolta a Istanbul la prevista Conferenza sulle relazioni Unione europea-Turchia, organizzata dal Ministro per gli affari europei, Bagis, cui ha preso parte il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Füle. Il Commissario ha invitato il Governo ad una maggiore apertura; ha indicato l’importanza di mirare alla coesistenza pacifica tra diverse concezioni e stili di vita; ha sottolineato che il dovere dei Paesi europei e di quelli che aspirano a diventarne membri è la piena adesione ai più elevati principi democratici; ha sottolineato altrettanto che la democrazia è una disciplina impegnativa, che richiede un impegno giorno per giorno; rafforzamento della democrazia e processo di avvicinamento all’Europa – ha detto ancora il Commissario Füle – sono due facce della stessa medaglia.
      Non posso che concordare pienamente con questa affermazione e ho avuto modo di esprimerlo pubblicamente già nei primi giorni delle manifestazioni.
Nella sua replica, in quell’occasione, il Primo Ministro Erdogan, continuando a tracciare un distinguo tra i manifestanti, ha chiesto la fine delle manifestazioni ed anche in questo caso i messaggi sono oscillati tra moderazione e chiusura. Non a caso il Commissario Füle ha quindi definito la Conferenza un’occasione perduta.
I contorni delle iniziative stentano intanto a precisarsi, non va sottovalutato l’effetto catalizzatore delle manifestazioni su componenti diverse della società, unite da una comune insoddisfazione per alcune politiche del Governo. L’Italia è favorevole e sta agendo in questo senso ad un’apertura di dialogo che conduca a soluzioni condivise nell’interesse del Paese. In gioco è il rapporto tra potere politico e società, si tratta del primo forse serio test per la tenuta democratica della Turchia e il suo processo di adesione all’Europa.
Nelle piazze e nelle strade si svolge un esame di maturità per il Governo turco, che deve dimostrare di tutelare le opinioni di tutte le componenti della società, un esame di maturità che qualcuno aveva pensato che il Paese ormai avesse superato con il dinamismo economico e che invece richiede molto di più, la capacità cioè di unire le diverse anime della Turchia in un patto sociale rispettoso del pluralismo, delle diversità, insomma della democrazia.
D’altra parte, onorevoli colleghi, mi pare che sia utile evitare l’errore di guardare alla Turchia con l’ottica offuscata da modelli ingannevoli. È vero che i social network sono stati il più efficace veicolo di comunicazione e il principale strumento dei manifestanti per organizzare queste iniziative, si è parlato, ed ho sentito parlare, di «primavera turca»; scusatemi ma non è così. I turchi non sono arabi, quindi cerchiamo di non fare paralleli troppo superficiali, e Taksim non è Tahrir. Anzi, queste manifestazioni, a guardarle in modo più puntuale, ricordano maggiormente quelle che abbiamo visto, anche imponenti, nelle nostre capitali. In qualche modo mi ricordano di più Occupy Wall Street, magari con una presenza molto più importante di istanze e richieste libertarie.
Sapete quanto questo Paese, la Turchia, sia nel mio cuore e quanto io abbia negli anni seguito e incoraggiato la sua evoluzione. Questo Governo è espressione di libere elezioni, certamente, che hanno dato per tre volte successive una chiara maggioranza al partito del Primo Ministro, ma come ha detto autorevolmente il Presidente Gül, le elezioni da sole non sono sufficienti. Per comprendere le cause profonde è venuto il momento anche di un sincero esame di coscienza da parte dell’Europa. Nel recente passato è stato elogiato il modello Turco, anche oltre i suoi meriti, per i suoi successi economici e perché si sperava – e si spera ancora – fosse capace di coniugare – e sia capace di coniugare – islam e democrazia. Questo modello è stato sostenuto con l’apertura dei negoziati di adesione all’Unione europea, riconosciuto in occasione del referendum costituzionale del 2010 che ha ridotto il potere dell’esercito, ma devo dire poi che alcuni Paesi europei e l’Europa in generale lo ha poi abbandonato, con una netta chiusura sul fronte dei capitoli negoziali. Io credo sia stata una visione miope, un arretramento della prospettiva europea della Turchia, compiuto proprio nel momento in cui vi era più bisogno di sostenere il consolidamento degli standard democratici del Paese. Un comportamento del tutto incoerente se consideriamo che l’adozione di alcuni dei capitoli bloccati – quello per esempio sui diritti fondamentali e sulla libertà di espressione – avrebbe accolto la rivendicazione di tanti turchi scesi ora nelle piazze e nelle strade.
Le lacune democratiche, in particolare in tema di libertà di espressione e di stampa, sono state puntualmente illustrate nei progress report della Commissione dell’Unione europea; esiste inoltre un malessere più diffuso causato per esempio dalle pressioni subite dalla stampa con troppi giornalisti e intellettuali in carcere e anche dal mondo femminile, esposto a processi di islamizzazione della società.
Il malessere è anche acuito da alcune scelte del Governo come, ad esempio, l’approvazione della legge sul consumo di bevande alcoliche, percepita da molti come un condizionamento alla libertà personale, e dalle ripercussioni della crisi in Siria, con un grande afflusso di profughi in territorio turco. Quindi, sono molti gli elementi che hanno contribuito e hanno portato, appunto, in piazza – lo ripeto – diverse istanze di quel Paese.
Nelle manifestazioni ad oggi sembra mancare una regia ed una chiara leadership. I partecipanti sono in larga parte giovani, cittadini comuni, espressione di un’anima della società che si riconosce in una concezione maggiormente aperta dello Stato, desiderosa anche di uno stile di governo meno paternalista. I militari sembrano assenti dalla scena e i partiti di opposizione rimangono piuttosto defilati, forse non riuscendo ad offrire un’alternativa valida e credibile. In sostanza, a noi pare che questa sia l’espressione di chi non si riconosce in alcune scelte governative e nell’evoluzione più recente del partito dell’AKP.
Ho subito espresso pubblicamente la mia più viva apprensione per gli eventi. L’uso sproporzionato della forza da parte della polizia e il fermo di decine di avvocati non possono mai essere una risposta accettabile. La storia lo insegna e lo insegna anche la storia italiana. Il diritto a manifestare in maniera non violenta è un pilastro irrinunciabile della democrazia, come lo sono il pluralismo e la tolleranza. Non ci può essere alternativa alla via del dialogo e del confronto. Il dialogo è, in realtà, lo strumento dei forti. Il ricorso alla forza o alla violenza è spesso espressione di debolezza.
Ripeto, come ha detto il Presidente della Repubblica Turca, Abdullah Gül, che l’elemento democratico non può esaurirsi in libere elezioni, che sono solo uno degli aspetti fondamentali dello Stato di diritto. E l’Italia si attende che tutte le parti si adoperino perché cessi ogni violenza e per promuovere un clima di confronto pacifico tra le diverse posizioni.
In realtà, la Turchia è chiamata a decidere se vuole diventare una democrazia matura. Il Governo italiano continua a credere fermamente nella prospettiva europea della Turchia e sono convinta che il processo di adesione all’Unione europea, se perseguito senza tentennamenti, possa avere un effetto benefico sulla dinamica politica del Paese. E, allora, se vogliamo sostenere il processo di democratizzazione della Turchia, dobbiamo continuare ad incoraggiarla sulla via dell’adesione a rispettare i principi di pluralismo e di democrazia. La nostra scelta è chiara: noi vogliamo una Turchia pienamente democratica in Europa e per raggiungere quest’obiettivo occorrono leadership lungimiranti da una parte e anche da parte europea.
Infine, è importante sottolineare che la Turchia rappresenta, per noi e per l’Italia, un partner strategico, per la sua posizione geopolitica, per la sua vitalità economica. In quest’ultimo decennio le nostre imprese hanno operato in Turchia con ottimi risultati e hanno raggiunto il numero di 1.000 unità. Insomma, è un Paese che conosciamo bene.
Vorrei sottolineare quanto la stabilità interna sia essenziale anche per la crescita economica del Paese e per lo sviluppo delle sue relazioni economiche internazionali. Democrazia matura, esercizio di democrazia matura e successo economico sono componenti correlati di una strategia di crescita e di sviluppo umano. Come amica storica della Turchia e del suo popolo, come Ministro degli affari esteri di uno dei principali partner della Turchia in Europa, mi sento di poter oggi rivolgere questo messaggio al Governo di Ankara (Applausi).
14/05/2013

Presentazione dello European Foreign Policy Scorecard 2013, Roma 13 maggio 2013, Rappresentanza della Commissione Europea in Italia

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09/05/2013

John Kerry in Italy, by Silvia Francescon, May 9, 2013

ITALIAN PREMIER LETTA MEETS US STATE SECRETARY KERRY

John Kerry arrived in Rome from Moscow, where he convened with foreign Minister Sergei Lavrov to call for an international conference, possibly by the end of the month, to discuss a political solution for Syria, to “end the bloodshed, the killing and the massacres.” The diplomatic breakthrough aimed to recuperate the Geneva communiqué and to create a transitional government. (The implementation of the agreement, discussed back in June 2012, was blocked since the question of the future of President Assad was left unsolved.)

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02/05/2013

Letta’s European Grand Tour, by Silvia Francescon, May 1, 2013

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Fresh from winning confidence votes in both the lower and upper houses of Italy’s parliament, Italy’s young prime minister has set off on a mini tour of Europe that began with a visit to Mrs Merkel. Enrico Letta told her that it was necessary “to understand that this crisis did not find a solution because there wasn’t enough Europe.” He said his was a strongly European government, and noted that Europe achieved great results when Italy and Germany worked together with a federalist vocation.

This emphasis on Europe is to be expected from Letta. Before setting off on his Berlin-Paris-Brussels tour he told the Lower House that “The EU is the right political space from which to re-launch hope. The European Union is our journey, written by us; our horizon.” During his visit to Germany he built upon the theme:

“The main mission of this government is to achieve these four objectives: banking union, economic union, fiscal union, and political union. Only if we reach these targets will we be able to bring a solution to the national situation. All together, as European citizens, we have to do more Europe.”

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