Archive for ‘Uncategorized’

04/12/2013

Una nuova strategia di politica estera per l’Europa

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L’Europa ha bisogno di una nuova strategia di politica estera. Quello che ha funzionato in passato risulta ora inefficace se non contro produttivo.

A dicembre ricorrerà il decimo anniversario della Strategia di Sicurezza Europea. L’Europa è cambiata e non può rimanere ancorata al passato.

Di fatto l’Europa sta perdendo potere e influenza come attore di politica estera e ha bisogno di definire nuove priorità.  Sempre a Dicembre il Consiglio Europeo discuterà di difesa.  Si tratta di un’opportunità per i leader europei di rilanciare una nuova visione strategica.

Nel nuovo paper ECFR “Why Europe needs a new global strategy”,gli autori identificano 6 questioni che stanno rallentando l’Europa e che necessitano una revisione:

  • Il Soft power europeo in relazione ai “risvegli” globali;
  • L’aiuto e l’assistenza economicastanno perdendo impatto in un’era che vede protagonisti altri grandi investitori;
  • Il rafforzamento del “multilateralismo efficace”;
  • Interventismo liberalepiù difficile a causa dei tagli alla difesa;
  • Il disimpegno americano che sta cambiano le relazioni transatlantiche;
  • Il solo potere economico non è sufficiente per gestire i rapporti con l’Asia.

Secondo Mark Leonard, Direttore di ECFR “nessungoverno o azienda baserebbe la propria politica su una strategia così vecchia. L’Ue ha bisogno di rilanciarsi in un’era caratterizzata dalla globalizzazione guidata dalla Cina, dal dietrofront americano e da risvegli globali dove l’idea di base del soft power, ossia che gli altri vorrebbero essere come noi, va contro lo spirito stesso dei tempi

Per Nick Witney, Senior Policy Fellow di ECFR e già Direttore Generale dell’Agenzia Europea di Difesa “ La strategia del 2003 è il risultato di un’era passata, quando l’occidente guidava ancora il mondo e  l’Ue era la metà di oggi. Bruxelles ha paura di riaffrontare questa strategia in quanto ciascuno dei 28 stati membri promuove una diversa visione del mondo. Ma è proprio per questo che abbiamo bisogno di dibattito”.

 

 

04/12/2013

EU-Cina Summit, una nuova strategia europea verso l’Asia?

 

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Il summit di questa settimana tra l’UE e la Cina – il primo con la nuova leadership cinese – potrebbe essere l’inizio di una nuova e ambiziosa relazione tra Pechino e Bruxelles. Tuttavia il cammino è ancora in salita. La Cina ha rallentato l’accordo di partnership e cooperazione e rimane ancora da verificare se l’accordo per gli investimenti proposto rappresenti un passo avanti. La leadership cinese non renderà facile il raggiungimento di un nuovo accordo.

Quasi in contemporanea, il summit UE-Giappone ha prodotto un accordo senza precedenti – sia in termini commerciali che di sicurezza: l’UE sosterrà iniziative diplomatiche tese ad allentare le tensioni marittime nell’Asia orientale.  Il Vertice ha inoltre compiuto passi in avanti verso la conclusione di un Accordo di libero scambio, sebbene le trattative siano oscurate dal negoziato principale sul partenariato transpacifico sostenuto dagli Stati Uniti.

Questi eventi evidenziano come sia necessaria una politica europea verso l’Asia più determinata. Nel nuovo policy brief di ECFR “Divided Asia: the implications for Europe”, François Godement sostiene che l’Europa debba sviluppare una nuova strategia asiatica “Honest, ambitious and, above all, regional”. Tale strategia dovrebbe includere:

•          Un Partenariato Europa – Asia: gli accordi commerciali bilaterali non sono più sufficienti per l’UE. L’Europa ha bisogno di creare un accordo di scambio e investimenti regionale che possa fare da contraltare alla partnership transpacifica sostenuta dagli USA offrendo anche alla Cina la possibilità di aderirvi. In caso contrario, l’Europa rischia di restare indietro nell’accesso a quei mercati che sono in continua espansione.

•          Un focus sulla sicurezza energetica regionale: l’Asia ha bisogno di nuove risorse energetiche per la sua crescita. L’Europa dovrebbe dare priorità al rafforzamento della sicurezza energetica attraverso iniziative comuni, quali limitare l’uso di sanzioni e boicottaggi alla creazione di un accordo sui diritti di navigazione e la condivisione delle risorse e della sorveglianza delle zone economiche esclusive.

•          Una strategia comune per la vendita di armi europee in Asia: il commercio di armi sta crescendo esponenzialmente grazie alla corsa agli armamenti regionale di cui l’Europa è uno dei protagonisti. In Asia l’Europa è un attore di sicurezza molto più importante di quanto l’Europa stessa creda. Tuttavia la mancanza di una strategia comune europea continua ad indebolire l’influenza dell’Europa stessa nella regione.

Secondo François Godementl’approccio europeo verso l’Asia non è in linea con le tendenze del continente. L’Asia non è interessata ad importare dall’Occidente le istituzioni multilaterali per la sicurezza e l’arbitrato internazionale, e l’UE dovrebbe desistere dal cercare di applicare trasferire le proprie esperienze post-belliche al contesto asiatico”.

 

 

04/12/2013

Cina: fine della non-ingerenza?

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Il ruolo internazionale della Cina sta cambiando. Il paese sta cercando di conciliare la propria politica estera internazionale basata sulla non-ingerenza con la crescente presenza economica a livello globale. Le relazioni della Cina con l’Iran o la reazione alla crisi siriana sono chiari esempi di come la Cina stia riconsiderando la propria politica estera. Questo dibattito accende i riflettori su come la Cina definisca i propri interessi nel Medio Oriente e perchè Pechino sia esitante nel sostenere le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza relative a scenari come quello siriano.

L’ultima edizione della China Analysis – The end of non-interference? – pubblicato da ECFR e l’Asia Centre, si focalizza sulla politica estera cinese nei confronti dell’Iran, del Sudan, della Siria, della Corea del Nord e della Birmania. Analizza il ricco dibattito sulle ambizioni globali cinesi e le relative responsabilità, dibattito che si svolge all’interno della comunità cinese che si occupa di politica estera:

Relazioni tra Cina e Siria:

–          I veti cinesi alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sulla Siria, possono essere visti come il simbolo del nuovo ruolo internazionale della Cina. Gli analisti cinesi concordano sul fatto che l’obiettivo deve essere la fine delle violenze in Siria, ma non sono in accordo con l’Occidente relativamente alle modalità di azione. Gli analisti cinesi percepiscono la nozione “responsabilità di proteggere” come un concetto dannoso e vago che mira a legittimare il “cambio di regime”.  I veti cinesi possono altresì essere visti come una lezione per l’Occidente, che mostra come la politica estera della Cina sia basata su principi forti, come ad esempio il rispetto della non-ingerenza negli affari interni degli altri Stati. Ad esempio, Yan Xuetong ritiene che bloccare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sia nell’interesse stesso della Cina: distoglie l’attenzione degli Stati Uniti dall’Asia, riduce il rischio di guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran e rafforza la partnership di Pechino con Mosca.

Relazioni tra Cina e Iran:

–          Nell’ultima decade la richiesta di Pechino per la sicurezza energetica ha avvicinato la Cina all’Iran. Ma gli analisti cinesi riconoscono che le relazioni della Cina con l’Iran attirano il paese nella controversia relativa al programma nucleare iraniano. Nonostante i richiami degli Stati Uniti e dell’UE a giocare un ruolo più attivo nella risoluzione della crisi nucleare iraniana – soprattutto attraverso il rafforzamento delle sanzioni – gli esperti cinesi non credono che questo sia nell’interesse della Cina. Infatti, propongono che la Cina persegua i suoi interessi economici e di sicurezza nella regione, senza tenere in considerazione le critiche esterne. Tuttavia, gli studiosi sono ottimisti sul futuro delle relazioni Cina-Iran. Ad esempio, Zhao Kejin pensa che il nuovo presidente dell’Iran, Rouhani, possa vedere la Cina come una “opportunità strategica” per andare oltre lo stallo diplomatico con l’Occidente.

Secondo François Godement  “La non-ingerenza avrebbe potuto ostacolare la  diplomazia cinese, prevenendo risposte frettolose e proteggendo pensieri scomodi. Tuttavia, passare ad una politica più impegnata che non sia timorosa nel prendere posizioni e favorire particolari obiettivi nazionali, apre ad una gamma di dubbi e risposte differenti. Gli strateghi cinesi stanno scoprendo i dilemmi di un potere imperiale” –

 

 

04/12/2013

In cerca di legittimità: il Movimento Nazionale palestinese 20 anni dopo Oslo

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Palestinesi e Israeliani sono tornati a negoziare. Per la leadership palestinese a Ramallah, la posta in gioco è alta. L’apatia dell’opinione pubblica nei confronti dei negoziati, che molti palestinesi vedono come una copertura per la rinnovata occupazione e l’espansione degli insediamenti, è solo uno dei problemi che la leadership deve affrontare. Tra le altre problematiche, il fallimento delle trattative di riconciliazione, la crisi fiscale dell’Autorità Palestinese, il crescente allontanamento tra la leadership e quell’elettorato chiave palestinese come rifugiati e giovani, e la persistente occupazione del territorio da parte di Israele.

Questi problemi minacciano di indebolire ulteriormente il movimento nazionale palestinese già in difficoltà. Molti palestinesi temono infatti che abbia già perso la sua strada. Questi problemi aggravano, quindi, una già crescente crisi di legittimità della leadership palestinese.

Nel nuovo policy brief di ECFR, “In cerca di legittimità: il Movimento Nazionale palestinese 20 anni dopo Oslo”, Alexander Kouttab e  Mattia Toaldo sostengono che la leadership palestinese debba affrontare tre questioni per poter superare le sfide attuali:

Un nuovo dialogo nazionale: Un’assemblea costituente – rappresentativa di tutti i palestinesi – per redigere un nuovo programma nazionale.

Riforma istituzionale: la chiave per un nuovo assetto istituzionale risiede nella netta separazione dei poteri e delle responsabilità tra l’OLP e l’AP. Il Consiglio Legislativo Palestinese dovrebbe anche essere ripristinato attraverso le elezioni dell’AP. Inoltre, una rimodulazione dei programmi di aiuto internazionale aiuterebbe a rivitalizzare la società civile palestinese.

L’UE e i gli stati membri dovrebbero impegnarsi più seriamente per i diritti palestinesi: l’impatto del possibile passaggio dall’indipendenza nazionale ad un movimento per i diritti dei palestinesi ha bisogno di essere valutato e integrato nel dibattito sulla soluzione a due stati.

Secondo Mattia Toaldomolti palestinesi hanno perso del tutto la fiducia nella soluzione a  due stati. La politica interna palestinese deve essere presa in considerazione se l’UE e gli Stati Uniti vogliono che le trattative portino ad un accordo”.

Per Alex Kouttab “sempre più palestinesi temono per il futuro del movimento nazionale; altri chiedono cambiamento. La sfida che deve affrontare la leadership palestinese è quella di tenere assieme un consenso nazionale palestinese basato su un insieme condiviso di obiettivi e strategie nazionali”.

Alcuni dati utili

  • Il 58% dei palestinesi crede che la soluzione a due stati non sia più praticabile a causa dell’espansione degli insediamenti, mentre il 69% crede che i cambiamenti per l’istaurazione di uno stato palestinese nei prossimi 5 anni sono scarsi o non esistenti. (Palestinian Center for Policy and Survey Research, sondaggio del giugno 2013 sui residenti dei TOP)
  • Nei TOP, solo il 3% dei palestinesi di età compresa fra i 15 e i 29 anni crede che i negoziati possano garantire diritti (Sharek Youth Forum 2013)
  • I rifugiati palestinesi, nonostante il numero cospicuo (di cui i 5,271,893 registrati con l’UNRWA sono solo una parte), sono stati largamente marginalizzati dall’attività decisionale politica palestinese e non sono presi in considerazione nel progetto di creazione dello stato palestinese. Fanno parte dell’elettorato marginalizzato, giovani, detenuti, cittadini palestinesi d’Israele e organizzazioni della società civile.
  • Il 15 novembre 1988, la dichiarazione di Algeri dell’OLP ha ufficialmente sostenuto la divisione e la creazione di uno stato palestinese vicino a Israele. Questo obiettivo rimane il fulcro delle rivendicazioni del movimento nazionale palestinese. Sempre meno palestinesi credono nella nascita a breve di uno stato indipendente, con conseguenti dubbi sulla tenuta dello status quo.
04/12/2013

Presentazione European Foreign Policy Scorecard 2013, Aprile 2013

04/10/2013

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La vittoria di Enrico Letta, Silvia Francescon, 3 ottobre 2013

Mercoledì scorso il primo ministro Enrico Letta e il suo governo hanno ricevuto il voto di fiducia con larga maggioranza sia al Senato che alla Camera dei Deputati. Le dimissioni dei ministri del Popolo della Libertà avvenuta il 29 settembre in seguito alla richiesta di Silvio Berlusconi hanno indotto il primo ministro a chiedere il voto di fiducia in Parlamento facendo vacillare la coalizione di governo. Nonostate il primo ministro abbia rifiutato le dimissioni dei ministri PDL, esse hanno innescato una crisi politica generando rinnovata istabilità.

 

Il motivo ufficiale delle dimissioni è stata l’opposizione del PDL a qualsiasi tipo di aumento fiscale, quindi la decisione di aumentare l’IVA di un uleteriore 1%  (portandola al 22%) è stato considerato inaccettabile dai ministri. Tuttavia, non è un segreto che Berlusconi abbia chiesto ai “suoi” ministri di dimettersi pochi giorni prima del voto al Senato sulla sua interdizione dai pubblici uffici in seguito alla condanna per evasione fiscale.

 

Forti sono state le reazioni sia a livello nazionale che europeo. La risposta iniziale del mercato italiano è stata dura dal momento che lo spread è aumentato di 22 punti base da 265 pb il 27 settembre a 287 pb il 1 ottobre. Tuttavia, non appena la notizia di una possibile scissione del PDL diventava sempre più reale, la borsa di Milano registrava un aumento di ben 3 punti percentuali. I sindacati e Confindustria hanno espresso preoccupazione riguardo l’instabilità politica ed economica che sembra diventare cronica, e il Ministro degli Esteri Emma Bonino ha dichiarato che l’instabilità politica avrebbe potuto mettere a repentaglio sia il rinnovato impulso dell’Italia nella politica estera che la sua abilità di amministrazione della prossima presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea a cominciare dal secondo semestre del 2014.
Anche l’Unione Europea ha espresso unanimamente il supporto a Letta, da Angela Merkel a José Manuel Barroso e Martin Schulz. Non a caso, sin dall’inizio del suo mandato Letta ha dimostrato di essere un convinto europeista. Il Presidente della Commissione europea Manuel Barrosso, in un tentativo di arginare la crisi, ha telefonato a Berlusconi per esprimere preoccupazione affermando che una crisi di governo in Italia, la terza economia d’Europa, avrebbe messo a repentaglio la stabilità dell’intera UE. Angel Gurria, segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, si è aggiunto ai moniti   sottolineando come l’instabilità avrebbe costituito un ostacolo per la ripresa dell’Italia.

 

Il risultato del voto di fiducia ha reso Letta e il suo governo più forti di prima. E forse ha anche reso Berlusconi più debole di quanto non lo sia mai stato, nonostante gli italiani abbiano imparato a non credere mai alla fine della carriera politica di Berlusconi. Come ho scritto in un post precedente, Letta è giovane, ma ha esperienza. Durante la crisi ha dimostrato di essere un vero leader. I suoi discorsi al Senato e alla Camera sono stati pacati, ma carismatici. Letta ha fortemente respinto la definizione che i giornalisti hanno attribuito al suo governo, il “governo del rinvio”. Infatti, ha sottolineato i successi dei suoi cinque mesi di governo e ha stilato dieci punti d’azione per la ripresa dell’Italia: un rinnovato impegno nel mantenere gli obblighi presi con l’UE, cominciando con una serie di incontri con i maggiori leader europei; la riforma del sistema fiscale, con particolare attenzione alla lotta all’evasione; la riduzione dei costi del lavoro; e una nuova politica industriale basata soprattutto  sulle PMI, l’ambiente e la tecnologia. Ha anche messo in evidenza la necessità di affrontare il problema dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile (ora al 40,1%) e ridurre i costi della politica. Ha avvertito i parlamentari che l’Italia “corre un rischio, un rischio fatale” che dipende dalle loro scelte, ha affermato che l’Italia manterrà tutti gli impegni europei, e ha ribadito la sua volotà di creare gli “Stati Uniti d’Europa” se non per un ideale, almeno per necessità.
Ma la vera notizia va oltre il successo di Enrico Letta. Mentre al Senato il suo partito stava contando i voti mancanti per ottenere la fiducia tra i dissident del Movimento 5 Stelle e altri senatori appartenenti al gruppo misto, con la convinzione che i senatori PDL avrebbero seguito il loro leader senza questioni, il vice primo ministro e segretario del PDL, Angelino Alfano, decideva di opporsi ai diktat di Berlusconi e concedere la fiducia al governo. La decisione è stato il primo eclatante colpo di scena. La decisione di Alfano è stata immediatamente seguita da una dichiarazione ufficiale di 25 senatori PDL disposti a creare un nuovo gruppo parlamentare. In mezz’ora il governa Letta è passato dalla disfatta a una nuova e più forte maggioranza.

A quel punto, un nuovo avvenimento ha apparentemente stupito tutti dal PDL al Partito Democratico: Berlusconi annuncia ufficialmente che lui e il suo partito avrebbero votato a favore del governo Letta e così è stato. Per la prima volta Berlusconi si è reso conto di non essere più circondato da “yes men”. E mentre per la prima volta Alfano ha dimostrato segnali di indipendente capacità di comando, Berlusconi per la prima volta ha compreso che la sua posizione come capo del partito era in serio pericolo e che merttersi in opposizione al governo avrebbe significato la rottura del PDL.
Quindi, tanto rumore per nulla? No

 

Mentre forse il PDL andrà incontro ad una scissione interna, la rinnovata forza del governo lo lascia libero da interferenze e quindi libero di perseguire e mettere in atto le sue promesse. Questo certamente ha più profonde implicazioni: non più scuse per i ritardi delle riforme nazionali. Questo governo ha una scadenza molto chiara : il 2015. Da questo momento deve gestire un enorme debito pubblico, livelli insostenibili di disoccupazione giovanile, mettere in atto le riforme strutturali, combattere l’evasione fiscale e la corruzione, spingere la crescita, aumentare la competitività e attrarre investimenti esteri. Queste sono cose che devono essere fatte a casa con l’aiuto e il supporto degli stati membri e delle istituzioni dell’UE, tenendo presente che la responsabilità risiede sempre a livello nazionale. I prossimi giorni mostreranno se il governo non è più ostaggio delle tribolazioni personali di Berlusconi.

 

Enrico Letta’s victory, Silvia Francescon, October 3rd 2013

On Wednesday, Prime Minister Enrico Letta and his government passed a vote of confidence with a large majority both in the Senate and in the Lower House. The resignation of ministers from the centre-right Peoples’ of Freedom Party (PDL) on 29 September upon the request of their leader Silvio Berlusconi prompted the confidence test, shaking the government coalition. Though the prime minister rejected the resignations, they sparked a political crisis paving the way for renewed instability.

The official reason for the resignations was the PDL’s opposition to any kind of tax upsurge, as they deemed a further 1 percent VAT (taking it to 22 percent) increase unbearable. But it’s no secret that Berlusconi asked “his” ministers to resign just a few days ahead of a Senate vote to ban him from holding any public office as a consequence of his tax-fraud conviction.

Strong economic reactions came at the national and European level. The Italian market’s initial response was harsh, as Italy’s yield spread increased by 22 basis points from 265 bp on 27 September to 287 bp on 1 October. However, as a split inside the PDL over support to the government became a reality, Milan’s Stock Exchange gained three percentage points. Both trade unions and the Italian employers’ federation expressed concern over the seemingly chronic political and economic instability, and Foreign Minister Emma Bonino declared that instability could hinder Italy’s renewed impulse in foreign policy, not to mention its ability to administer the incoming Italian presidency of the EU, beginning in the second semester of 2014.

The European Union also supported Letta unanimously, from Angela Merkel to José Manuel Barroso to Martin Schulz. Indeed, since the very beginning of his mandate, Letta proved to be a real and committed European supporter. European Commission President Manuel Barroso, in an attempt to contain the crisis, called Berlusconi to express his concern and declared that a government crisis in Italy, the third largest economy in Europe, would jeopardise the stability of the whole EU. Angel Gurria, secretary general of the Organisation for Economic Co-operation and Development, added his voice and concern about how instability would be an obstacle to the recovery path that Italy is pursuing.

The outcome of the vote of confidence made Letta, and his government, much stronger than before. And perhaps it also made Berlusconi weaker than he has ever been, although Italians have learned to never believe that Berlusconi’s political career could be over. As I wrote in a previous post, Letta is young but experienced. Throughout the crisis he has proved to be a true leader. His speeches at the Senate and the Lower House were calm but powerful. Letta strongly rejected the phrase that journalists used to describe his government – “the government of postponement”. As a matter of fact, he highlighted the five months of his government’s successes and outlined ten main points of action for Italy’s recovery: a renewed commitment toward the EU’s duties, starting from a series of meetings with the main European leaders; reform of the fiscal system, with a focus on the tax evasion; the reduction of labour costs; and a new industrial policy mainly based on SMEs and environment and technology. He also highlighted the need to tackle record-high youth unemployment (now at 40.1 percent) and reduce the costs of politics. He warned MPs that Italy “runs a risk, a fatal risk” depending on the choices they make, stated that Italy will comply with all European duties, and restated his wish to create the “United States of Europe”, if not out of a vision, at least out of necessity.

But the real news goes beyond Enrico Letta’s success. While at the Senate, his party was counting the missing votes to obtain confidence from among the Five Star Movement’s dissidents and other Senators belonging to the Mixt group, convinced that the PDL senators would have followed their leader without question. But deputy prime minister and PDL secretary, Angelino Alfano, decided to oppose Berlusconi’s diktat and give the government his vote of confidence. This constituted the first dramatic turn of events. His decision was immediately followed by the official declaration of 25 PDL Senators who were willing to follow him and create a new parliamentary group. In half an hour, Letta’s government went from collapse to a new, stronger majority.

At that point, a second turn of events apparently surprised everybody, from the PDL to the Democratic Party: Berlusconi officially announced that he and his party would have voted in favour of Letta’s government, and so he did. For the first time, Berlusconi realised that he was no longer surrounded by “yes men”. And while for the first time Alfano showed signs of independent leadership, Berlusconi for the first time understood that his position as head of the party was in serious jeopardy and that opposing the government would result in the breakdown of the PDL.

So, much ado about nothing? No.

While perhaps the PDL will undergo an internal split, the government’s newfound strength leaves it free from interference and therefore free to pursue and implement its promises. This, of course, goes much deeper. No more excuses for the delay of domestic reforms. This government has a clear deadline: 2015. From now, it must address an enormous public debt, tackle unbearable youth unemployment, implement structural reforms, address tax evasion and corruption, boost growth, increase competitiveness, and attract foreign investments. These are things that need to be done at home, with the help and support of European member states and institutions, but the ownership and responsibility lay at the national level. The days to come will show if the government is truly no longer hostage to Berlusconi’s personal tribulations. If so, no more excuses.

14/05/2013

Presentazione dello European Foreign Policy Scorecard 2013, Roma 13 maggio 2013, Rappresentanza della Commissione Europea in Italia

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30/04/2013

Emma Bonino is Italy’s new foreign minister, by Mark Leonard, 27 April 2013

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After months of bad news from Italy, at last we have some good news: Emma Bonino, a committed European and a dynamic force in EU politics for many years (as well as an ECFR board member!), has been appointed the country’s foreign minister. With progress on a new government at last being made under Enrico Letta, it looks like Italy is reemerging as a key and credible European Union member state.

Italy will benefit from having a stateswoman with experience and energy. As a former European Commissioner, European Parliamentarian and Europe and trade minister her knowledge of the European system will be a great help to her country at a time of crisis. But more important than that, European foreign policy will get a shot in the arm from having someone with vision, principle and determination taking her place at the Foreign Affairs Council.

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23/04/2013

Napolitano stays, Berlusconi wins, by Silvia Francescon, April 23, 2013

Deaf, inconsistent, and reckless: with these words a furious and tired Giorgio Napolitano, 87, referred to the parliament in his inaugural address on Monday as the reconfirmed (for the first time in Italy history) Italian head of state. He threatened to leave if politicians continue to act with “irresponsibility.” “I have a duty to be frank. If I find myself once again facing the kind of deafness I ran into in the past, I will not hesitate to draw the consequences,” he said, sounding like a teacher scolding his pupils. The warning was welcomed with warm and prolonged applause. It was a public admonishment over continued negligence that had hurt the country just as it had benefitted the political parties for many years. 

NAPOLITANO HA GIURATO

The reconfirmation of Napolitano came after days of uncertainty and division. Notwithstanding his age and his stated desire to retire, Napolitano had no choice: the parties begg ed him to stay as they simply did not know what to do. He broke the gridlock that began with general elections more than fifty days earlier – nearly two months that served to underline how deep Italy’s political crisis is. The Democratic Party and the People of Freedom Party, with the support of Monti’s “scelta civica”, had in the end to agree on Napolitano, who was re-elected with a large majority.

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25/03/2013

Brainstorming su Iran e negoziato sul nucleare, organizzato in partnership con lo IAI

Giovedì 21 marzo l’ufficio di Roma di ECFR, in partnership con lo IAI, ha organizzato un dibattito sul tema “Il negoziato sul nucleare iraniano: un tentativo di risolvere la crisi o mantenere lo status quo?”. Tra i partecipanti, Lapo Pistelli, consigliere italiano di ECFR, Aniseh Bassiri Tabrizi, Visiting Fellow di ECFR, Riccardo Alcaro, Senior Fellow e responsabile di ricerca presso lo IAI.

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