Archive for ‘Diritti Umani’

12/06/2013

Il Ministro Emma Bonino alla Camera sugli sviluppi della situazione in Turchia

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Signora Presidente, onorevoli deputati e colleghe, innanzitutto desidero rassicurarvi che la Farnesina ha seguito sin dall’inizio gli avvenimenti in Istanbul, Ankara e Smirne, con attenzione anche alla presenza di cittadini italiani, oltre che alle implicazioni politiche. La nostra ambasciata ad Ankara, così come i consolati a Istanbul e a Smirne, sono stati costantemente in contatto con l’unità di crisi della Farnesina per poter offrire aggiornate informazioni e assicurare la tutela ai cittadini italiani residenti o in transito in quel Paese.
Intanto, i fatti: l’iniziale manifestazione a Istanbul del 31 maggio contro la ristrutturazione del Gezi park decisa dal Governo, era una manifestazione contenuta in termini di partecipazione e si caratterizzava come espressione pacifica dei cittadini. La reazione da parte della polizia – una reazione sproporzionata, come ammesso peraltro dalle autorità turche stesse – ha poi offerto l’opportunità anche ad altri gruppi di esprimere il loro disagio verso il Governo e verso alcune politiche del Governo. Da Ankara le proteste si sono propagate in numerose altre città e in uno scenario sempre più di contrapposizione con caratteristiche critiche verso il potere politico rappresentato dall’AKP. Inoltre, l’opposizione kemalista si è unita alle manifestazioni piuttosto che guidarle. In realtà, queste manifestazioni sono nate sostanzialmente – e lo dirò ancora dopo – come manifestazioni spontanee e limitate di parti diversificate della società.
Ad Istanbul l’epicentro della protesta è stato a piazza Taksim e a Istiklal, la principale arteria commerciale. Anche ad Ankara gli scontri si sono registrati in una centrale area commerciale. Iniziative più circoscritte si sono verificate a Smirne e anche ad Antalia, a Mugla, a Samsun, a Sivas e a Ghana. In un contesto ancora molto conflittuale ed incerto, il bilancio ufficiale degli scontri è, per ora, di centinaia di feriti e quattro vittime: tre dimostranti e un appartenente alle forze dell’ordine.
A far sperare in un rasserenamento degli animi era stato il Presidente della Repubblica Gul, che ha esortato Governo e forze dell’ordine a rispettare il diritto dei manifestanti ad esprimere le proprie idee e a mostrare la necessaria sensibilità verso le opinioni di tutti. Il Vicepremier Arinch si è scusato per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia ai danni dei dimostranti di Gezi park, e in parallelo il Ministro dell’interno Guler ha avviato inchieste per accertare responsabilità di amministratori locali e ufficiali di polizia.
Rientrando della sua visita ufficiale in nord Africa, il Primo Ministro Erdogan ha definito necessarie le dichiarazioni di Arinch, ma successivamente il Governo di Ankara ha oscillato tra apertura di dialogo e segnali di chiusura, e il rischio è quello di una polarizzazione crescente. Dopo prime dichiarazioni in parte concilianti, il Primo Ministro sembra non escludere la via della prova di forza, scenario che comporta naturalmente rischi politici, oltre che umanitari, seri.
Intanto, il 7 giugno si è svolta a Istanbul la prevista Conferenza sulle relazioni Unione europea-Turchia, organizzata dal Ministro per gli affari europei, Bagis, cui ha preso parte il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Füle. Il Commissario ha invitato il Governo ad una maggiore apertura; ha indicato l’importanza di mirare alla coesistenza pacifica tra diverse concezioni e stili di vita; ha sottolineato che il dovere dei Paesi europei e di quelli che aspirano a diventarne membri è la piena adesione ai più elevati principi democratici; ha sottolineato altrettanto che la democrazia è una disciplina impegnativa, che richiede un impegno giorno per giorno; rafforzamento della democrazia e processo di avvicinamento all’Europa – ha detto ancora il Commissario Füle – sono due facce della stessa medaglia.
      Non posso che concordare pienamente con questa affermazione e ho avuto modo di esprimerlo pubblicamente già nei primi giorni delle manifestazioni.
Nella sua replica, in quell’occasione, il Primo Ministro Erdogan, continuando a tracciare un distinguo tra i manifestanti, ha chiesto la fine delle manifestazioni ed anche in questo caso i messaggi sono oscillati tra moderazione e chiusura. Non a caso il Commissario Füle ha quindi definito la Conferenza un’occasione perduta.
I contorni delle iniziative stentano intanto a precisarsi, non va sottovalutato l’effetto catalizzatore delle manifestazioni su componenti diverse della società, unite da una comune insoddisfazione per alcune politiche del Governo. L’Italia è favorevole e sta agendo in questo senso ad un’apertura di dialogo che conduca a soluzioni condivise nell’interesse del Paese. In gioco è il rapporto tra potere politico e società, si tratta del primo forse serio test per la tenuta democratica della Turchia e il suo processo di adesione all’Europa.
Nelle piazze e nelle strade si svolge un esame di maturità per il Governo turco, che deve dimostrare di tutelare le opinioni di tutte le componenti della società, un esame di maturità che qualcuno aveva pensato che il Paese ormai avesse superato con il dinamismo economico e che invece richiede molto di più, la capacità cioè di unire le diverse anime della Turchia in un patto sociale rispettoso del pluralismo, delle diversità, insomma della democrazia.
D’altra parte, onorevoli colleghi, mi pare che sia utile evitare l’errore di guardare alla Turchia con l’ottica offuscata da modelli ingannevoli. È vero che i social network sono stati il più efficace veicolo di comunicazione e il principale strumento dei manifestanti per organizzare queste iniziative, si è parlato, ed ho sentito parlare, di «primavera turca»; scusatemi ma non è così. I turchi non sono arabi, quindi cerchiamo di non fare paralleli troppo superficiali, e Taksim non è Tahrir. Anzi, queste manifestazioni, a guardarle in modo più puntuale, ricordano maggiormente quelle che abbiamo visto, anche imponenti, nelle nostre capitali. In qualche modo mi ricordano di più Occupy Wall Street, magari con una presenza molto più importante di istanze e richieste libertarie.
Sapete quanto questo Paese, la Turchia, sia nel mio cuore e quanto io abbia negli anni seguito e incoraggiato la sua evoluzione. Questo Governo è espressione di libere elezioni, certamente, che hanno dato per tre volte successive una chiara maggioranza al partito del Primo Ministro, ma come ha detto autorevolmente il Presidente Gül, le elezioni da sole non sono sufficienti. Per comprendere le cause profonde è venuto il momento anche di un sincero esame di coscienza da parte dell’Europa. Nel recente passato è stato elogiato il modello Turco, anche oltre i suoi meriti, per i suoi successi economici e perché si sperava – e si spera ancora – fosse capace di coniugare – e sia capace di coniugare – islam e democrazia. Questo modello è stato sostenuto con l’apertura dei negoziati di adesione all’Unione europea, riconosciuto in occasione del referendum costituzionale del 2010 che ha ridotto il potere dell’esercito, ma devo dire poi che alcuni Paesi europei e l’Europa in generale lo ha poi abbandonato, con una netta chiusura sul fronte dei capitoli negoziali. Io credo sia stata una visione miope, un arretramento della prospettiva europea della Turchia, compiuto proprio nel momento in cui vi era più bisogno di sostenere il consolidamento degli standard democratici del Paese. Un comportamento del tutto incoerente se consideriamo che l’adozione di alcuni dei capitoli bloccati – quello per esempio sui diritti fondamentali e sulla libertà di espressione – avrebbe accolto la rivendicazione di tanti turchi scesi ora nelle piazze e nelle strade.
Le lacune democratiche, in particolare in tema di libertà di espressione e di stampa, sono state puntualmente illustrate nei progress report della Commissione dell’Unione europea; esiste inoltre un malessere più diffuso causato per esempio dalle pressioni subite dalla stampa con troppi giornalisti e intellettuali in carcere e anche dal mondo femminile, esposto a processi di islamizzazione della società.
Il malessere è anche acuito da alcune scelte del Governo come, ad esempio, l’approvazione della legge sul consumo di bevande alcoliche, percepita da molti come un condizionamento alla libertà personale, e dalle ripercussioni della crisi in Siria, con un grande afflusso di profughi in territorio turco. Quindi, sono molti gli elementi che hanno contribuito e hanno portato, appunto, in piazza – lo ripeto – diverse istanze di quel Paese.
Nelle manifestazioni ad oggi sembra mancare una regia ed una chiara leadership. I partecipanti sono in larga parte giovani, cittadini comuni, espressione di un’anima della società che si riconosce in una concezione maggiormente aperta dello Stato, desiderosa anche di uno stile di governo meno paternalista. I militari sembrano assenti dalla scena e i partiti di opposizione rimangono piuttosto defilati, forse non riuscendo ad offrire un’alternativa valida e credibile. In sostanza, a noi pare che questa sia l’espressione di chi non si riconosce in alcune scelte governative e nell’evoluzione più recente del partito dell’AKP.
Ho subito espresso pubblicamente la mia più viva apprensione per gli eventi. L’uso sproporzionato della forza da parte della polizia e il fermo di decine di avvocati non possono mai essere una risposta accettabile. La storia lo insegna e lo insegna anche la storia italiana. Il diritto a manifestare in maniera non violenta è un pilastro irrinunciabile della democrazia, come lo sono il pluralismo e la tolleranza. Non ci può essere alternativa alla via del dialogo e del confronto. Il dialogo è, in realtà, lo strumento dei forti. Il ricorso alla forza o alla violenza è spesso espressione di debolezza.
Ripeto, come ha detto il Presidente della Repubblica Turca, Abdullah Gül, che l’elemento democratico non può esaurirsi in libere elezioni, che sono solo uno degli aspetti fondamentali dello Stato di diritto. E l’Italia si attende che tutte le parti si adoperino perché cessi ogni violenza e per promuovere un clima di confronto pacifico tra le diverse posizioni.
In realtà, la Turchia è chiamata a decidere se vuole diventare una democrazia matura. Il Governo italiano continua a credere fermamente nella prospettiva europea della Turchia e sono convinta che il processo di adesione all’Unione europea, se perseguito senza tentennamenti, possa avere un effetto benefico sulla dinamica politica del Paese. E, allora, se vogliamo sostenere il processo di democratizzazione della Turchia, dobbiamo continuare ad incoraggiarla sulla via dell’adesione a rispettare i principi di pluralismo e di democrazia. La nostra scelta è chiara: noi vogliamo una Turchia pienamente democratica in Europa e per raggiungere quest’obiettivo occorrono leadership lungimiranti da una parte e anche da parte europea.
Infine, è importante sottolineare che la Turchia rappresenta, per noi e per l’Italia, un partner strategico, per la sua posizione geopolitica, per la sua vitalità economica. In quest’ultimo decennio le nostre imprese hanno operato in Turchia con ottimi risultati e hanno raggiunto il numero di 1.000 unità. Insomma, è un Paese che conosciamo bene.
Vorrei sottolineare quanto la stabilità interna sia essenziale anche per la crescita economica del Paese e per lo sviluppo delle sue relazioni economiche internazionali. Democrazia matura, esercizio di democrazia matura e successo economico sono componenti correlati di una strategia di crescita e di sviluppo umano. Come amica storica della Turchia e del suo popolo, come Ministro degli affari esteri di uno dei principali partner della Turchia in Europa, mi sento di poter oggi rivolgere questo messaggio al Governo di Ankara (Applausi).
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09/05/2013

John Kerry in Italy, by Silvia Francescon, May 9, 2013

ITALIAN PREMIER LETTA MEETS US STATE SECRETARY KERRY

John Kerry arrived in Rome from Moscow, where he convened with foreign Minister Sergei Lavrov to call for an international conference, possibly by the end of the month, to discuss a political solution for Syria, to “end the bloodshed, the killing and the massacres.” The diplomatic breakthrough aimed to recuperate the Geneva communiqué and to create a transitional government. (The implementation of the agreement, discussed back in June 2012, was blocked since the question of the future of President Assad was left unsolved.)

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31/03/2011

Discussione: l’Europa come potenza mondiale

European Foreign Policy Scorecard 2010

Clicca per accedere alla Scorecard 2010

di Justin Vaïsse

Dopo mesi di duro lavoro, è un’emozione che sia finalmente uscita la prima edizione della ECFR Scorecard (a cui si può accedere cliccando qui_ nella pagina troverete inoltre interviste con gli autori e pdf scaricabili). È il risultato di un grande lavoro di squadra, a cui han preso parte sei gruppi di esperti, ventisette ricercatori a livello nazionale, e dozzine di esperti e funzionari che ci hanno aiutato nella valutazione dei risultati dell’Éuropa a livello globale nel 2010.

Spero per davvero che i lettori si trovino in disaccordo con i voti che abbiamo assegnato. Ciò significherebbe rettificare le difficili scelte che abbiamo compiuto a livello metodologico, ma anche realizzare l’ambizione del progetto Scorecard: stimolare i cittadini dell’Unione Europea a prendere parte ad un serio dibattito sulla politica estera europea: le sue mete, i suoi mezzi e le sue risorse, i suoi difficili compromessi ed i dilemmi morali.

In altre parole, il progetto Scorecard tratta dell’identità europea. La maniera in cui interagiamo con il mondo riflette chi siamo, così come lo stato dell’integrazione europea. La Scorecard mappa la formidabile confusione della politica estera europea, il cui spettro si estende da aree realmente centralizzate (come la politica dei visti o il commercio, per fare un esempio), a politiche comuni e ben coordinate (sul cambio climatico o sui Balcani), ad alcune scarsamente coordinate (sul Consiglio per i Diritti Umani o la risposta alla crisi ad Haiti), fino ad aree dove i governi nazionali ancora predominano (NATO o G20).

È giusto notare, d’altronde, che la Scorecard non è un implicito strumento di pressione per una politica estera più federale o centralizzata. Gli europei tendono a difendere meglio i loro interessi  quando sono uniti, ma ciò non determina la forma esatta che dovrebbero prendere le istituzioni di politica estera.

Centrandoci sui fatti –decisioni effettive ed evento nel 2010- cerchiamo di allontanare la discussione dalla speculazione e l’astrazione e riportarla sul terreno delle realtà concrete, quelle che importano. Ciò però non significa che ci manchino ambizioni intellettuali. Quando le prossime edizioni saranno pubblicate – le Scorecard 2011, 2012, 2025… – le domande fondamentali dietro al progetto diventeranno sempre più chiare.

-Stiamo migliorando, come europei, nella difesa dei nostri interessi ed idee nel mondo?

-Le imponenti eredità storiche, geografiche e diplomatiche del passato ci stanno ancora dividendo, oppure noi europei stiamo lentamente convergendo verso una posizione più unificata, faccia a faccia con il resto del mondo?

-Percepiamo ancora i nostri interessi nazionali come in conflitto con quelli europei, o la natura del mondo globalizzato in cui viviamo e l’abitudine a lavorare insieme ci stanno gradualmente conducendo a ridefinire la nostra relazione con il resto del mondo non come portoghesi, lituani o francesi, ma come europei?

La mia speranza è che la Scorecard vi sia utile per rispondere a queste domande – e a molte altre.

22/02/2011

Libia – Se non ora quando? L’Italia sta perdendo un’occasione storica

22 febbraio 2011

Il ministro Frattini ieri ha dichiarato che l’UE non dovrebbe intervenire per permettere alla Libia di decidere

©Roberto Gimmi

photo: Roberto Gimmi

del proprio futuro, invocando il concetto di ownership, secondo il quale ciascuno è artefice del proprio futuro e sviluppo.

L’ownership è un principio sacrosanto contrario all’attitudine di molti Paesi donatori di insegnare ai poveri come svilupparsi e contrario all’idea di imporre una visione di democrazia. Pensare, però, che un intervento deciso dell’Italia e dell’Unione Europea a tutela dei diritti violati possa essere paternalistico è fuori da ogni realtà.

I giovani che stanno dimostrando, quegli stessi giovani che in queste ore stanno morendo per la dignità e la libertà, stanno già facendo la storia, e lo stanno facendo senza di noi, anzi lo stanno facendo nonostante noi. A noi rimane un unico obbligo: fermare il massacro.

Per l’Europa un imperativo. Ne va della sua credibilità, anzi sopravvivenza. Se L’Europa si limiterà ad invocare un “dialogo pacifico” e se l’Europa non sarà in grado di fermare la carneficina degli aerei dell’aviazione libica bene farebbe a non presentarsi più come paladina dei diritti umani in nessun contesto internazionale.

L’Italia aveva un’enorme opportunità per fare la differenza e tornare ad essere protagonista in Europa e nel mondo. Invece, non solo è rimasta colpevolmente silente, come nei casi di Tunisia ed Egitto, ma ha incredibilmente chiesto, per voce del Ministro Frattini, all’UE di non intervenire. Solamente in serata il Primo Ministro Berlusconi ha dichiarato che “la violenza sui civili è inaccettabile”.

Eppure, proprio in virtù di un rapporto solido, culminato nel Trattato amicizia bilaterale del 2008, grazie al quale l’Italia ha allocato 5 miliardi di euro  a favore della Libia (cifra stratosferica se si pensa agli attuali livelli della cooperazione italiana), il nostro governo sarebbe nella posizione di assumere la leadership europea per imporre la cessazione delle violenze sui civili in una delle aree geopolitiche più importanti, che la geografia vuole al nostro confine.

Far cessare le violenze, un inciso non irrilevante, non può che portare nel lungo termine benefici anche su tutti i fronti di immediata preoccupazione del governo italiano: immigrazione, interessi economici e finanziari e approvvigionamento energetico. Ma sarà necessario non limitarsi a guardare il dito e avere il coraggio di guardare la luna.

Un coraggio che all’Italia in questo momento sembra mancare.

Silvia Francescon

Rome view: Italy’s role in Libya