letta-discorso-della-fiducia-al-senato-1024x682

 

La vittoria di Enrico Letta, Silvia Francescon, 3 ottobre 2013

Mercoledì scorso il primo ministro Enrico Letta e il suo governo hanno ricevuto il voto di fiducia con larga maggioranza sia al Senato che alla Camera dei Deputati. Le dimissioni dei ministri del Popolo della Libertà avvenuta il 29 settembre in seguito alla richiesta di Silvio Berlusconi hanno indotto il primo ministro a chiedere il voto di fiducia in Parlamento facendo vacillare la coalizione di governo. Nonostate il primo ministro abbia rifiutato le dimissioni dei ministri PDL, esse hanno innescato una crisi politica generando rinnovata istabilità.

 

Il motivo ufficiale delle dimissioni è stata l’opposizione del PDL a qualsiasi tipo di aumento fiscale, quindi la decisione di aumentare l’IVA di un uleteriore 1%  (portandola al 22%) è stato considerato inaccettabile dai ministri. Tuttavia, non è un segreto che Berlusconi abbia chiesto ai “suoi” ministri di dimettersi pochi giorni prima del voto al Senato sulla sua interdizione dai pubblici uffici in seguito alla condanna per evasione fiscale.

 

Forti sono state le reazioni sia a livello nazionale che europeo. La risposta iniziale del mercato italiano è stata dura dal momento che lo spread è aumentato di 22 punti base da 265 pb il 27 settembre a 287 pb il 1 ottobre. Tuttavia, non appena la notizia di una possibile scissione del PDL diventava sempre più reale, la borsa di Milano registrava un aumento di ben 3 punti percentuali. I sindacati e Confindustria hanno espresso preoccupazione riguardo l’instabilità politica ed economica che sembra diventare cronica, e il Ministro degli Esteri Emma Bonino ha dichiarato che l’instabilità politica avrebbe potuto mettere a repentaglio sia il rinnovato impulso dell’Italia nella politica estera che la sua abilità di amministrazione della prossima presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea a cominciare dal secondo semestre del 2014.
Anche l’Unione Europea ha espresso unanimamente il supporto a Letta, da Angela Merkel a José Manuel Barroso e Martin Schulz. Non a caso, sin dall’inizio del suo mandato Letta ha dimostrato di essere un convinto europeista. Il Presidente della Commissione europea Manuel Barrosso, in un tentativo di arginare la crisi, ha telefonato a Berlusconi per esprimere preoccupazione affermando che una crisi di governo in Italia, la terza economia d’Europa, avrebbe messo a repentaglio la stabilità dell’intera UE. Angel Gurria, segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, si è aggiunto ai moniti   sottolineando come l’instabilità avrebbe costituito un ostacolo per la ripresa dell’Italia.

 

Il risultato del voto di fiducia ha reso Letta e il suo governo più forti di prima. E forse ha anche reso Berlusconi più debole di quanto non lo sia mai stato, nonostante gli italiani abbiano imparato a non credere mai alla fine della carriera politica di Berlusconi. Come ho scritto in un post precedente, Letta è giovane, ma ha esperienza. Durante la crisi ha dimostrato di essere un vero leader. I suoi discorsi al Senato e alla Camera sono stati pacati, ma carismatici. Letta ha fortemente respinto la definizione che i giornalisti hanno attribuito al suo governo, il “governo del rinvio”. Infatti, ha sottolineato i successi dei suoi cinque mesi di governo e ha stilato dieci punti d’azione per la ripresa dell’Italia: un rinnovato impegno nel mantenere gli obblighi presi con l’UE, cominciando con una serie di incontri con i maggiori leader europei; la riforma del sistema fiscale, con particolare attenzione alla lotta all’evasione; la riduzione dei costi del lavoro; e una nuova politica industriale basata soprattutto  sulle PMI, l’ambiente e la tecnologia. Ha anche messo in evidenza la necessità di affrontare il problema dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile (ora al 40,1%) e ridurre i costi della politica. Ha avvertito i parlamentari che l’Italia “corre un rischio, un rischio fatale” che dipende dalle loro scelte, ha affermato che l’Italia manterrà tutti gli impegni europei, e ha ribadito la sua volotà di creare gli “Stati Uniti d’Europa” se non per un ideale, almeno per necessità.
Ma la vera notizia va oltre il successo di Enrico Letta. Mentre al Senato il suo partito stava contando i voti mancanti per ottenere la fiducia tra i dissident del Movimento 5 Stelle e altri senatori appartenenti al gruppo misto, con la convinzione che i senatori PDL avrebbero seguito il loro leader senza questioni, il vice primo ministro e segretario del PDL, Angelino Alfano, decideva di opporsi ai diktat di Berlusconi e concedere la fiducia al governo. La decisione è stato il primo eclatante colpo di scena. La decisione di Alfano è stata immediatamente seguita da una dichiarazione ufficiale di 25 senatori PDL disposti a creare un nuovo gruppo parlamentare. In mezz’ora il governa Letta è passato dalla disfatta a una nuova e più forte maggioranza.

A quel punto, un nuovo avvenimento ha apparentemente stupito tutti dal PDL al Partito Democratico: Berlusconi annuncia ufficialmente che lui e il suo partito avrebbero votato a favore del governo Letta e così è stato. Per la prima volta Berlusconi si è reso conto di non essere più circondato da “yes men”. E mentre per la prima volta Alfano ha dimostrato segnali di indipendente capacità di comando, Berlusconi per la prima volta ha compreso che la sua posizione come capo del partito era in serio pericolo e che merttersi in opposizione al governo avrebbe significato la rottura del PDL.
Quindi, tanto rumore per nulla? No

 

Mentre forse il PDL andrà incontro ad una scissione interna, la rinnovata forza del governo lo lascia libero da interferenze e quindi libero di perseguire e mettere in atto le sue promesse. Questo certamente ha più profonde implicazioni: non più scuse per i ritardi delle riforme nazionali. Questo governo ha una scadenza molto chiara : il 2015. Da questo momento deve gestire un enorme debito pubblico, livelli insostenibili di disoccupazione giovanile, mettere in atto le riforme strutturali, combattere l’evasione fiscale e la corruzione, spingere la crescita, aumentare la competitività e attrarre investimenti esteri. Queste sono cose che devono essere fatte a casa con l’aiuto e il supporto degli stati membri e delle istituzioni dell’UE, tenendo presente che la responsabilità risiede sempre a livello nazionale. I prossimi giorni mostreranno se il governo non è più ostaggio delle tribolazioni personali di Berlusconi.

 

Enrico Letta’s victory, Silvia Francescon, October 3rd 2013

On Wednesday, Prime Minister Enrico Letta and his government passed a vote of confidence with a large majority both in the Senate and in the Lower House. The resignation of ministers from the centre-right Peoples’ of Freedom Party (PDL) on 29 September upon the request of their leader Silvio Berlusconi prompted the confidence test, shaking the government coalition. Though the prime minister rejected the resignations, they sparked a political crisis paving the way for renewed instability.

The official reason for the resignations was the PDL’s opposition to any kind of tax upsurge, as they deemed a further 1 percent VAT (taking it to 22 percent) increase unbearable. But it’s no secret that Berlusconi asked “his” ministers to resign just a few days ahead of a Senate vote to ban him from holding any public office as a consequence of his tax-fraud conviction.

Strong economic reactions came at the national and European level. The Italian market’s initial response was harsh, as Italy’s yield spread increased by 22 basis points from 265 bp on 27 September to 287 bp on 1 October. However, as a split inside the PDL over support to the government became a reality, Milan’s Stock Exchange gained three percentage points. Both trade unions and the Italian employers’ federation expressed concern over the seemingly chronic political and economic instability, and Foreign Minister Emma Bonino declared that instability could hinder Italy’s renewed impulse in foreign policy, not to mention its ability to administer the incoming Italian presidency of the EU, beginning in the second semester of 2014.

The European Union also supported Letta unanimously, from Angela Merkel to José Manuel Barroso to Martin Schulz. Indeed, since the very beginning of his mandate, Letta proved to be a real and committed European supporter. European Commission President Manuel Barroso, in an attempt to contain the crisis, called Berlusconi to express his concern and declared that a government crisis in Italy, the third largest economy in Europe, would jeopardise the stability of the whole EU. Angel Gurria, secretary general of the Organisation for Economic Co-operation and Development, added his voice and concern about how instability would be an obstacle to the recovery path that Italy is pursuing.

The outcome of the vote of confidence made Letta, and his government, much stronger than before. And perhaps it also made Berlusconi weaker than he has ever been, although Italians have learned to never believe that Berlusconi’s political career could be over. As I wrote in a previous post, Letta is young but experienced. Throughout the crisis he has proved to be a true leader. His speeches at the Senate and the Lower House were calm but powerful. Letta strongly rejected the phrase that journalists used to describe his government – “the government of postponement”. As a matter of fact, he highlighted the five months of his government’s successes and outlined ten main points of action for Italy’s recovery: a renewed commitment toward the EU’s duties, starting from a series of meetings with the main European leaders; reform of the fiscal system, with a focus on the tax evasion; the reduction of labour costs; and a new industrial policy mainly based on SMEs and environment and technology. He also highlighted the need to tackle record-high youth unemployment (now at 40.1 percent) and reduce the costs of politics. He warned MPs that Italy “runs a risk, a fatal risk” depending on the choices they make, stated that Italy will comply with all European duties, and restated his wish to create the “United States of Europe”, if not out of a vision, at least out of necessity.

But the real news goes beyond Enrico Letta’s success. While at the Senate, his party was counting the missing votes to obtain confidence from among the Five Star Movement’s dissidents and other Senators belonging to the Mixt group, convinced that the PDL senators would have followed their leader without question. But deputy prime minister and PDL secretary, Angelino Alfano, decided to oppose Berlusconi’s diktat and give the government his vote of confidence. This constituted the first dramatic turn of events. His decision was immediately followed by the official declaration of 25 PDL Senators who were willing to follow him and create a new parliamentary group. In half an hour, Letta’s government went from collapse to a new, stronger majority.

At that point, a second turn of events apparently surprised everybody, from the PDL to the Democratic Party: Berlusconi officially announced that he and his party would have voted in favour of Letta’s government, and so he did. For the first time, Berlusconi realised that he was no longer surrounded by “yes men”. And while for the first time Alfano showed signs of independent leadership, Berlusconi for the first time understood that his position as head of the party was in serious jeopardy and that opposing the government would result in the breakdown of the PDL.

So, much ado about nothing? No.

While perhaps the PDL will undergo an internal split, the government’s newfound strength leaves it free from interference and therefore free to pursue and implement its promises. This, of course, goes much deeper. No more excuses for the delay of domestic reforms. This government has a clear deadline: 2015. From now, it must address an enormous public debt, tackle unbearable youth unemployment, implement structural reforms, address tax evasion and corruption, boost growth, increase competitiveness, and attract foreign investments. These are things that need to be done at home, with the help and support of European member states and institutions, but the ownership and responsibility lay at the national level. The days to come will show if the government is truly no longer hostage to Berlusconi’s personal tribulations. If so, no more excuses.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: