Un’altra Europa per Londra: Andrew Duff, Consigliere di ECFR, guarda al futuro del Regno Unito in Europa

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Intervista su Capital – By Marco De Masi

Per salvare l’Unione è necessario immaginare una nuova membership Andrew Duff, 62 anni, liberaldemocratico, è membro del Parlamento europeo per l’Est dell’Inghilterra e portavoce del Gruppo Alde per gli affari costituzionali. Ha studiato a Cambridge e all’Université Libre de Bruxelles. Co-fondatore dell’ European Council on Foreign Relations , è co-presidente dello Spinelli Group, l’intergruppo federalista del Parlamento europeo, e presidente dell’Unione dei federalisti europei.

Coalizione di governo spaccata tra europeisti (Libdem) ed euroscettici (Tories), un referendum che potrebbe catapultare il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Londra e Bruxelles non sono mai state così lontane. Per riavvicinarle senza bloccare la spinta federalista, spiega Andrew Duff, occorre tempo. E una nuova forma di associazione.

Domanda. Qual è la posizione del Regno Unito, in questo momento, sul proprio ruolo nell’Ue?

Risposta. A oggi è impossibile dirlo. L’Ue tende verso una struttura sempre più federalista, i britannici non intendono farne parte. La revisione del trattato europeo del 2016-2017 dovrà essere approvata da tutti gli stati membri, compreso il Regno Unito, che sulla questione si esprimerà con un referendum. A oggi, l’ipotesi di un accordo sul nuovo «pacchetto federale» è piuttosto remota. Si potrebbe immaginare allora una posizione più defilata per Londra, una forma di membership che permetterebbe di trovare un accordo sul trattato. Sulla questione però il governo è molto diviso. C’è insomma totale mancanza di chiarezza nella nostra strategia europea.

D. Crede che il dibattito potrebbe accendersi fino a scatenare una crisi di governo?

R. Sono in corso discussioni molto vibranti: i Libdem vorrebbero bloccare l’opt-out, ma questo non succederà. Non è insommatotale mancanza di chiarezza nella nostra strategia europea.

D. Crede che il dibattito potrebbe accendersi fino a scatenare una crisi di governo?

R. Sono in corso discussioni molto vibranti: i Libdem vorrebbero bloccare l’opt-out, ma questo non succederà. Non è insomma ancora chiaro su quali misure sarà possibile trovare un accordo.

D. È possibile che il Regno Unito lasci l’Ue?

R. Si tratterebbe di un evento straordinario, ma credo di sì. Sto cercando di proporre un nuovo tipo di membership temporanea, così che il Regno Unito non abbandoni completamente l’Ue e non si opponga all’integrazione di cui tutti gli altri hanno bisogno. Se non sarà possibile creare questa categoria intermedia, c’è pericolo concreto di abbandono.

D. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha chiarito che non è possibile fare «cherry picking», accettare l’Unione scegliendo solo gli aspetti più convenienti e rifiutando il resto. Una terza categoria di membership andrebbe proprio in questa direzione…

R. Sono d’accordo con Westerwelle, il cherry picking è l’opzione peggiore. Intendo formulare una proposta diversa, più strutturata e stabile, sulla quale possa esserci un accordo fra Regno Unito e Ue. Gli elementi non sono ancora completamente definiti, ma sicuramente saranno previsti mercato comune, unione doganale e condivisione delle politiche commerciali, oltre a una notevole cooperazione in politica estera, il minimo necessario. Sarà possibile negoziarne i termini.

D. Che cosa dovrebbe fare l’Ue per convincere il Regno Unito a rimanere nel gruppo principale?

R. Creare un’unione federale, per cercare di risolvere la crisi presente, è nell’interesse pubblico. Creare un pacchetto che attragga Londra in questa unione è possibile, ma non credo che sia una soluzione veloce. Si può provare l’esperimento federalista, e se funziona, forse nel giro di una generazione, il Regno Unito potrebbe ritornare sui suoi passi. Ma ci vorrà tempo per cambiare marcia nell’opinione pubblicae politica britannica. Londra si trova in una straordinaria fase nazionalistica della sua storia, è una situazione davvero unica.

D. Che cosa succederebbe al Regno Unito se decidesse di abbandonare l’Europa?

R. Affronterebbe un declino molto veloce, ma anche un impoverimento culturale, si trasformerebbe in un’area isolata, marginalizzata. Credo che la decisione di allontanarsi non sarà permanente, alla fine i britannici sceglieranno di rientrare.

D. Intanto l’Europa stringe i vincoli e va verso l’unione bancaria con il nuovo meccanismo unico di vigilanza…

R. Personalmente sento che il Regno Unito dovrebbe esserne parte: gli istituti con ampia operatività nell’eurozona si troverebbero in una posizione molto particolare se non fossero capaci di inuenzare il regime cui sono sottoposti. L’autoesclusione dall’unione bancaria è un grande errore del premier David Cameron. So che molti, a Londra, cominciano a condividere questo punto di vista.

D. C’è spazio, in un’Europa così frammentata, anche per la Turchia?

R. Credo proprio di sì. La prospettiva di una full membership è remota: da parte loro, però, anche i turchi sono orientati piuttosto verso una più semplice forma di associazione.

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