La crisi economica, il ruolo della Germania e lo European Foreign Policy Scorecard di ECFR sul nuovo numero di Left Avvenimenti

Europa senza fondo

di Cecilia Tosi, Left Avvenimenti, 2 marzo 2012

La scaletta l’avevano fissata loro giusto tre mesi fa, promettendo di riaprire le contrattazioni sui soldi a disposizione all’inizio di marzo. Ma i tedeschi non sono più puntuali come una volta, specie quando si tratta di pagare. Al vertice Ue del 2 marzo non ci sarà la riunione promessa, quella con cui i leader europei avrebbero dovuto innalzare la soglia dei fondi a disposizione per salvare l’Eurozona. Angela Merkel non è pronta e allora si rimanda. Forse al 12 marzo, forse addirittura ad aprile, e il rischio è che anche allora i soldi non saltino fuori. Respingendo al mittente anche le offerte di valuta straniera, in particolare gli aiuti del G-20, che non sbloccherà proprio un bel niente «se l’Europa per prima non farà un passo in avanti».

Il passo in avanti significa innalzare il tetto di prestito di almeno 250 miliardi di euro. Attualmente i mezzi di finanziamento per gli Stati in crisi sono due: il Fondo salva stati (Efsf) con una potenzialità di 440 miliardi, e un embrione di Meccanismo di stabilità che oggi si chiama Efsm e vale 60 milioni, ma a luglio si chiamerà Esm e dovrà valere 500 miliardi. I tedeschi hanno finora sostenuto che il valore finale provenga dalla somma dei due fondi, con la conseguente scomparsa dell’Efsf. I due strumenti, in realtà, potrebbero tranquillamente convivere con le garanzie già messe in campo, per una potenza totale di 950 miliardi, ma all’avarizia tedesca bisogna adeguarsi e la fusione dei due meccanismi sembra ormai cosa certa. Per chi auspica un maggiore impegno dell’Europa resta una possibilità: che lo stanziamento per l’Esm sia aumentato da 500 a 750 miliardi. A Bruxelles se ne doveva parlare il 2 marzo, per cercare di convincere Berlino. Che però ha appena scomodato il suo Parlamento per votare il secondo piano di salvataggio della Grecia e non se la sente di parlare un’altra volta di soldi.

Angela Merkel non se la sente perché i suoi non la sostengono come una volta. Al Bundestag il piano da 130 miliardi per Atene è passato con una larga maggioranza, ma non ce l’avrebbe fatta senza i voti dell’opposizione. Tredici deputati della coalizione più 4 dell’alleata Fdp hanno votato contro. D’altronde, ha detto la Cancelliera, «capisco chi considera la Grecia un pozzo senza fondo». E quindi meglio aspettare il 12 marzo, quando Atene dimostrerà se ha saputo trovare abbastanza investitori disponibili ad accollarsi lo swap, ovvero lo scambio tra i bond che hanno già (ad alto rendimento ma a rischio default) con quelli nuovi (che valgono meno ma dovrebbero essere più sicuri). Allora, forse, la Germania sarà pronta a discutere di Meccanismi di stabilità, anche se di aumento del cosiddetto firewall – il tetto alla disponibilità – non vuole proprio sentir parlare e a chi chiede di reagire presto risponde col silenzio.

L’ultimo appello a darsi una mossa è arrivato da Città del Messico, dove si sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori centrali dei Paesi del G20. Tema centrale: l’aumento delle risorse messe a disposizione del Fondo monetario internazionale per aiutare l’eurozona. I leader dei Paesi emergenti sarebbero disposti a dare il loro contributo per salvare l’Europa dalla crisi, ma vogliono prima vedere la buona volontà della loro assistita. E hanno provato a strappare qualche timida promessa agli Stati della Ue per ore e ore, senza cavare un euro dal buco. Alla fine, la loro dichiarazione è stata vaga ma chiara: il firewall del Meccanismo di stabilità deve salire. «È indispensabile un aumento del contributo europeo perché il G20 intervenga», ha dichiarato il governatore della banca centrale sudcoreana Kim Choong Soo. Dieci anni fa ce ne saremmo fatti beffe, così come della sua nazionale di calcio, per poi ricrederci due volte: la prima, ai mondiali del 2002, la seconda, in occasione della crisi globale del 2012.

I Paesi emergenti sono gli unici che possono salvare l’euro. Se vogliamo dare stabilità alla moneta dei 27 ci servono quelli che gli americani chiamano “trilioni di dollari”, due per l’esattezza, che corrispondono a 1500 miliardi di euro. Per raggiungerli bastano 750 milioni investiti dagli europei e 700 dal Fondo monetario, che attualmente ne fornisce 250. Per un aumento di quasi il 200 per cento bisogna sperare nella partecipazione di tutti, a partire dalla Cina (che potrebbe dare 100 miliardi) e dal Giappone (che nonostante lo tsunami arriverebbe a 50). Solo che bisogna fare un po’ di pressione, di lobbying, di advocacy. Insomma, bisogna convincerli parlando con una voce sola. E invece al summit del primo e del 2 marzo ci si occupa solo di quotidiana amministrazione, come il rinnovo dell’incarico di presidente Ue a Van Rompuy, che in questi due anni e mezzo non si è distinto per nessuna decisione in particolare, e questo in Europa piace. «Confido che parleremo presto del Meccanismo di stabilità, probabilmente ad aprile», ha dichiarato il Commissario per gli Affari economici Olli Rehn. Peccato che qualche settimana fa si fosse detto convinto che la pratica si sarebbe risolta a marzo e che il prossimo incontro del G20, quello in cui dovrà essere presa la decisione definitiva, sarà invece ad aprile. Se il Fondo monetario non aumentasse i contributi anti crisi per l’Europa sarebbe l’inizio della fine. Finora incapaci di esprimere una posizione comune, i Paesi emergenti potrebbero finalmente trovare l’unità nel dichiarare la propria sfiducia verso l’Europa. Non ci sono riusciti nel 2011, quando si è trattato di nominare il direttore del Fmi, e l’Europa l’ha spuntata ancora una volta con la francese Christine Lagarde. Ma quella che per tacito accordo è sempre stato un diritto acquisito del Vecchio Continente, potrebbe presto scomparire, come si è già visto nel 2010 con la diminuzione delle poltrone europee nel consiglio di amministrazione del Fondo monetario. Secondo una ricerca della Brookings insitution e dell’European Council  on  foreign relations, se il continente non risolve la crisi dell’euro entro il 2012 gli equilibri globali ne usciranno sconvolti e gli Stati Uniti andranno a cercare altrove i propri alleati. Ma alla Germania la solitudine non fa paura.

 

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