“La lettera dei dodici, una svolta per l’Europa”: Stefano Micossi su “La Repubblica” commenta “Un programma per la crescita in Europa”, lettera ai presidenti di Consiglio Europeo e Commissione e promossa dall’Italia

La lettera dei dodici, svolta per l’Europa

di Stefano Micossi, La Repubblica – Affari e Finanza, 27 febbraio 2012

 

La lettera di dodici capi di governo europei al presidente del Consiglio europeo van Rompuy e della Commissione Manuel Barroso, significativamente intitolata “Un programma per la crescita in Europa”, finalmente riporta l’attenzione del Consiglio sull’esigenza di stimolare l’anemica economia dell’Unione. Il forte peggioramento degli indicatori congiunturali e delle previsioni di crescita per l’anno in corso hanno aiutato a modificare l’agenda, se non ancora le priorità; ma ancora di più hanno pesato l’accordo sul fiscal compact , fortissimamente voluto dalla signora Merkel per rassicurare l’opinione pubblica interna, e la rotta credibilmente austera del nuovo governo italiano.

(fonte: EuropaIstat.it)

In questo senso, il professor Monti sta mutando le dinamiche politiche europee, rompendo la contrapposizione tra un centro disciplinato e una periferia inaffidabile. E’significativo che il documento sulla crescita sia firmato dai primi ministri finlandese, olandese e svedese, finora i più riluttanti ad ogni iniziativa diversa dalla disciplina di bilancio, e anche da quello inglese, che finora di documenti comuni con gli altri paesi europei non ne voleva sentir parlare. Risuonano ancora le parole del professor Monti al parlamento europeo, sull’esigenza che l’euro “non diventi un fattore di separazione e di disgregazione tra europei” e sul ruolo dell’Italia nel portare in seno al Consiglio la voce della crescita, senza mettere in discussione la disciplina. Dunque, la crescita; ma come? L’analisi condivisa a Bruxelles e a Berlino è che ci troviamo davanti a una crisi ‘austriaca’ (il riferimento è alla scuola economica austriaca, Von Hayek e dintorni) da eccesso di investimento (immobiliare) e da eccesso di indebitamento, risolubile soprattutto con politiche dell’offerta. La moneta facile e la spesa pubblica abbondante del primo decennio dell’euro hanno determinato anche una crisi di competitività, alimentando una crescita eccessiva dei salari e dei costi nei paesi periferici dell’eurozona che soffoca la crescita, mentre la scappatoia della svalutazione del cambio non è più disponibile.

La crisi dei debiti sovrani ha inaridito i flussi privati di finanziamento dal centro con eccesso di risparmio alla periferia con difetto di risparmio; il finanziamento dei disavanzi correnti nei pagamenti è ricaduto sui canali ufficiali, principalmente la Bce e, per tre paesi, sui programmi di assistenza finanziaria comuni. La ricetta per rimediare finora comprendeva solamente i tagli alla spesa pubblica, il riequilibrio patrimoniale dei debitori troppo esposti, pubblici e privati, e le riforme strutturali, tra le quali l’enfasi veniva posta soprattutto sulla flessibilità del mercato del lavoro e il contenimento dei salari per recuperare competitività. Non c’è più dubbio, però, che le politiche di austerità e riforma stanno deprimendo le economie molto più delle attese, in Grecia, Irlanda, Portogallo e, tra poco, anche in Italia. Nel 2012 l’intera economia dell’Unione sarà probabilmente in recessione. Il Consiglio europeo del 30 gennaio, in una sua dichiarazione sulla crescita, aveva riconosciuto a mezza bocca l’esigenza di misure per la crescita, ma la lista degli interventi si fermava a politiche per migliorare l’assorbimento dei giovani sul mercato del lavoro e migliorare i finanziamenti dell’innovazione e delle Pmi – tutte cose utili, ma di per sé incapaci di sollevare i tassi di crescita quando manca la domanda aggregata. C’era pure l’obiettivo del completamento del mercato interno, che può stimolare anche la domanda interna attraverso i maggiori investimenti nei mercati liberati dalle pastoie protezioniste; ma mancava l’indicazione di misure e di impegni vincolanti a breve scadenza. Si tratta in effetti di impegni già indicati nel Single Market Act, nato da un Rapporto a Barroso dello stesso Monti, ma finora senza seguito concreto. Il documento dei dodici capi di governo offre precisamente questo alla discussione del prossimo Consiglio, il primo marzo. Per ognuno degli impegni in materia di mercato interno, non solo si indicano precise scadenze, ma si invita la Commissione – finora latitante su tutto il fronte – a identificare i paesi e le aree in ritardo e ad usare i suoi strumenti coercitivi per spingere i ritardatari ad agire. Il documento identifica otto priorità, tra le quali brillano per importanza l’apertura del mercato dell’energia (entro il 2014), anche attraverso la rimozione degli ostacoli ai necessari investimenti infrastrutturali; la facilitazione degli scambi di beni e servizi sul canale digitale, il vero chiavistello che può rompere la morsa delle protezioni nazionali, specialmente nei servizi; l’apertura delle reti di trasporto e dei servizi finanziari, accompagnata dal rafforzamento del capitale delle banche. Questi impegni hanno il vantaggio di riguardare tutti i paesi membri, non solo quelli in difficoltà: può essere un primo passo per iniziare a correggere l’asimmetria degli obblighi di aggiustamento, che finora sono ricaduti solo sui paesi debitori. Al riguardo è utile ricordare che il recente Rapporto Ocse sulla Germania prevede una caduta del tasso di crescita potenziale nel prossimo decennio e raccomanda una serie di riforme tese ad aprire i mercati e accrescere gli investimenti interni. Due raccomandazioni mancano ancora dal menù proposto dai dodici paesi; forse l’Italia può farsene carico.

La prima riguarda le procedure: gli impegni in materia di mercato interno dovrebbero essere assimilati agli impegni vincolanti per le politiche economiche dei paesi nell’ambito del semestre europeo, e dunque essere assistiti dalle stesse sanzioni per la mancata attuazione. Oltre ai benefici immediati per l’attuazione degli impegni, si renderebbe l’aria un po’ meno irrespirabile, rendendo chiaro che anche la Germania e la Francia hanno compiti impegnativi da svolgere a casa. La seconda raccomandazione riguarda l’accelerazione degli investimenti finanziati con fondi tratti dal bilancio comunitario, il Fondo europeo e la Banca europea degli investimenti (Bei) per le infrastrutture del mercato interno. Al riguardo, non è buon segno che i ministri delle finanze dell’Unione si siano scordati di aumentare il capitale della Bei – servivano sei miliardi per mantenere i nuovi prestiti sui livelli correnti – dunque obbligandola a ridurre i prestiti per non perdere la Tripla A. Non hanno neanche dato sufficiente attenzione alle interessanti proposte tecniche venute dai servizi della Commissione per usare in modo innovativo i fondi comunitari come strumento di garanzia e di leva per i fondi privati. Vi è ampio spazio per ricorrere al mercato dei capitali per buoni progetti comuni, utilizzando in maniera meno avara i project bond. Se si vuole agire, non c’è bisogno di attendere il nuovo bilancio comunitario; quello corrente è pieno di fondi non utilizzati, anche a causa delle procedure contorte per l’erogazione che la Commissione potrebbe ben semplificare, dando anche qui un segno di vita.

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