ECFR su Il Foglio: “Euromischia” di Marco Valerio Lo Prete

 

Euromischia

Marco Valerio Lo Prete, Il Foglio, 22 febbraio 2012

In Europa s’avanza un fronte sviluppista, il cui successo è auspicabile ma tutt’altro che garantito. La lettera inviata due giorni fa da 12 capi di governo e promossa da David Cameron (Regno Unito), Mark Rutte (Olanda) e Mario Monti (Italia), il cosiddetto “piano per la crescita in Europa”, ruota attorno a proposte di liberalizzazione e maggiore integrazione del mercato interno all’Ue. Tutte misure che restano indispensabili anche all’indomani dell’accordo raggiunto sulla Grecia.

(Fonte; Virgilio Roma)

In pochi, infatti, si fanno illusioni: il nuovo programma di aiuti da 130 miliardi di euro, gestito da Ue, Bce e Fondo monetario internazionale, così com’è difficilmente basterà a curare il malato greco (evitando il contagio europeo). Perfino i report riservati della troika parlano di “rischi considerevoli” ancora presenti: perché, per esempio, la svalutazione interna imposta ad Atene farà lievitare il rapporto debito/pil anche in futuro (indipendentemente dalle perdite che accetteranno in queste ore i creditori privati); o anche perché, a bailout concluso, sarà cresciuta la fetta di debito pubblico greco nelle mani di entità governative e internazionali (Fmi e Bce), con annessi rischi per i contribuenti europei e con conseguente disincentivo per gli investitori privati ad affiancare i loro acquisti a quelli di pesi massimi istituzionali. Rilanciare la crescita nel resto dell’Ue è dunque urgente. Senza contare che la relativa calma dei mercati, oggi, è stata conquistata in buona parte grazie a un intervento straordinario della Bce. L’Istituto guidato da Mario Draghi ha ridotto ora gli acquisti sul mercato secondario dei bond dei paesi in difficoltà, garantendo però allo stesso tempo un sostegno “non convenzionale” alle banche del continente (che con i loro acquisti di titoli aiutano a ridurre gli interessi sul debito). Ma, sostiene la Reuters, a Francoforte starebbero ipotizzando di mettere fine – dopo l’asta di rifinanziamento del 29 febbraio – anche a questa riedizione europea del Quantitative easing stile-Fed. Le incognite sulla ripresa dell’area dell’euro, dunque, rimangono. Per questo, come ribadito ieri da Monti, “adesso sia in Europa che in Italia, senza perdere di vista la necessità di tenere al sicuro i conti, è il momento di concentrarsi sulla crescita”. Eppure proprio ieri, alla riunione dell’Ecofin di Bruxelles, il tema dominante rimaneva ancora quello dell’austerity. Il premier italiano, infatti, ha parlato ai giornalisti subito dopo una riunione dei ministri delle Finanze dell’Eurozona che ha dato il via libera a un inasprimento dei controlli di Bruxelles sui conti pubblici dei paesi membri. In base a due nuovi regolamenti comunitari, che dovranno essere accettati anche dal Parlamento europeo, gli stati saranno tenuti d’ora in poi a sottoporre preventivamente ogni anno i propri piani di bilancio a Consiglio e Commissione Ue, e contemporaneamente saranno rafforzate le possibilità di monitoraggio e intervento da parte di Bruxelles. Vincoli che si vanno ad aggiungere alla legislazione comunitaria già vigente (Six Pack), quella per intenderci che impone all’Italia un rientro rapidissimo del debito pubblico in eccesso rispetto al limite del 60 per cento del pil, e agli accordi intergovernativi in fieri e voluti dalla Germania (Fiscal compact). Il “piano per la crescita” di Cameron e Monti riuscirà a compensare questa tendenza rigorista e deflazionistica? Per usare le parole di Giorgio La Malfa, “se entriamo nel merito, il Fiscal compact è un cilicio, mentre la lettera dei 12 stati ‘volenterosi’ è ancora un auspicio”. Tradurre le otto priorità indicate nella missiva in altrettante scelte di politica economica non sarà semplice. E non soltanto per certe prevedibili resistenze di Berlino e Parigi. Piuttosto perché, da quando è iniziata la crisi, sono tutti gli stati europei ad aver dimenticato come si decide e si agisce tempestivamente e di comune accordo. Lo testimoniano, da ultime, le scelte di tipo “geoeconomico” compiute nel 2011 dai vari stati membri e analizzate in maniera sistematica dallo European Council on Foreign Relations: la caccia di alleati strategici e partner commerciali, condotta in ordine sparso per tutto l’anno passato, ha fatto sì che spesso i membri dell’Ue si ostacolassero a vicenda sulla scena mondiale, nuocendo al bene comune dell’Ue e di conseguenza agli stessi interessi nazionali. Il Fiscal compact, con la sua tendenza a “nazionalizzare le politiche di bilancio” (copyright Paolo Savona), rischia di aggravare una deriva intergovernativa e al limite nazionalista. I contenuti della lettera di Cameron e Monti, prim’ancora che a crescere, impegnano invece gli stati a condividere alcune scelte. Tutto sta a riuscire a metterle in agenda.

 

 

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