Diventare Stati Uniti d’Europa: l’UE e le riforme necessarie. Barbara Spinelli su “Repubblica”.

Quanto costa la non-Europa

Repubblica, 15 febbraio 2012 

 

Sembrano passati cinquant’anni e invece ne sono passati solo  cinque, da quando i capi d’Europa, riuniti a Berlino per  commemorare i Trattati di Roma, firmarono una dichiarazione in  cui è scritto che «noi, cittadini dell’Unione siamo,  per la nostra felicità, uniti». E ancora:  «L’unificazione europea ci ha permesso di raggiungere pace  e benessere… È stata fondamento di condivisione e  superamento di contrasti… Aspiriamo al benessere e alla  sicurezza, alla tolleranza e alla partecipazione, alla giustizia  e alla solidarietà… L’Unione si fonda sulla  parità, sull’unione solidale… sul giusto equilibrio di  interessi tra Stati membri».

Era bello, pensare positivo e non prevedere nulla. È la  stoffa di cui è fatta la crisi odierna. Ben altro  campeggia davanti ai nostri occhi, con Atene che s’incendiae  precipita nella punizione dell’impoverimento: non la  felicità ma il sospetto reciproco, il bruto squilibrio  d’interessi, l’intolleranza che dilaga in Italia, Ungheria,  Danimarca, Olanda. E in Grecia non la pace ma la guerra civile,  che non turba L’Europa ma è pur sempre ritorno della  guerra, dei suoi vocabolari minatori. Nel difendere un’ennesima  contrazione dei redditi, il premier Papademos ha brandito l’arma  della paura, non della speranza: «Una bancarotta  disordinata provocherebbe caos e esplosioni sociali. Lo Stato  sarebbe incapace di pagare salari, pensioni, ospedali, scuole.  L’importazione di beni basilari come medicine, petrolio,  macchinari sarebbe problematica». Parafrasando Joyce: ecco  Europa, un incubo dal quale non sappiamo svegliarci.

(Fonte: ImpresaMia.it)

Potrebbero andare in altro modo le cose, se i responsabili  europei riconoscessero che il male non è l’inadempienza  ellenica. Se capissero, come scrive l’economista greco Yanis  Varoufakis, che malata è l’eurozona, con o senza Atene.  Certo Atene è stata «un paziente  recalcitrante»: ma è stata usata per velare il vizio  d’origine, che è il modo in cui l’eurozona «ha  aggravato gli squilibri, non ha assorbito il collasso finanziario  del 2008».

In Grecia e altrove la Germania è descritta come  cerbero, istupidito dai propri trionfi: quasi avesse dimenticato  la disastrosa politica di riparazione che le inflissero i  vincitori dopo il ’14-18. La sofferenza sociale dei tedeschi fu  tale, che s’aggrapparono a Hitler. C’è del vero in  quest’analisi – difesa nel ’19 da Keynes – ma le menti tedesche  sono più complesse e incorporano anche il ricordo del ’45.  Il ’45 seppellì l’era delle punizioni e aprì quella  della fiducia, della cooperazione, creando Bretton Woods e  l’Europa unita.

Angela Merkel deve essersi accorta che qualcosa sta andando  molto storto se il7 febbraio, in un incontro con gli studenti, ha  confessato, in sostanza, che senza rifare l’Europa via d’uscita  non c’è e il tesoro di fiducia svanisce. Non ha menzionato  gli Stati uniti d’Europa, ma il suo progetto ha gli elementi  tutti di una Federazione. L’Unione – ha detto – deve cambiar  pelle. Gli Stati per primi dovranno farlo, e decidersi a un  abbandono ben più vasto di sovranità: anche se per  ciascuno, Berlino compresa, la scelta è «molto  difficile». Così come difficili, ma non più  rinviabili, sono l’abolizione del diritto di veto e l’estensione  del voto a maggioranza. La Commissione di Bruxelles dovrà  trasformarsi in autentico governo, con i nuovi poteri delegati, e  «rispondere a un forte Parlamento europeo».

Ridimensionato, il Consiglio dei ministri sarebbe «una  seconda Camera legislativa» – simile al Senato americano –  e massima autorità diverrebbe la Corte di giustizia:  «Vivremo meglio insieme se saremo pronti a trasferire le  nostre competenze, per gradi, all’Europa». Che altro si  prospetta, se non quegli Stati Uniti che Monti aveva escluso,  nell’intervista alla Welt dell’11 gennaio? E come parlare di una  Germania despota d’Europa, se vuol abbandonare le prevaricazioni  del liberum veto? Non solo. Senza esplicitamente nominarlo, il  Cancelliere ha ricordato che Kohl vide subito i pericoli di una  moneta senza Stato: «Oggi tocca creare l’unione politica  che non fu fatta quando venne introdotto l’euro», senza  curarsi delle «molte dispute» che torneranno a galla.  Ci sono dispute più istruttive delle favole sulla  felicità, perché non menzognere. Kohl, allora,  chiese l’unione politica e la difesa comune: Mitterrand rispose  no.

Può darsi che la Merkel parli al vento, un po’ per  volubilità un po’ perché tutti tacciono. Comunque  l’ostacolo oggi non è Berlino. Come ai tempi di  Maastricht, chi blocca è la Francia, di destra e sinistra.  È accaduto tante volte: nel ’54 per la Comunità di  difesa, nel 2005 per la Costituzione Ue. Tanto più  essenziale sarà l’appoggio di Monti a questo timido, ma  cocciuto ritorno del federalismo tedesco.

Creare un’Europa davvero sovranazionale non è un  diversivo istituzionale. Già Monnet diceva che le  istituzioni, più durevoli dei governi, sono indispensabili  all’azione. Oggi lo sono più che mai, perché solo  prevalendo sui veti nazionali l’Europa potrà fare quel che  Berlino ancora respinge: affiancare alla cultura della  stabilità, che pure è prezioso insegnamento  tedesco, una sorta di piano Marshall intra-europeo, incentrato  sulla crescita. Il patimento greco lo esige.

Ma lo esige ciascuno di noi, assieme ai greci. La loro  sciagura infatti non è solo l’indisciplina: è un  accanimento terapeutico che diventa unica strategia europea,  indifferente all’ira e alle speranze dei popoli. I dati ellenici,  terribili, sono così riassunti da Philomila Tsoukala, di  origine greca, professore a Washington: l’aggiustamento  fiscaleè già avvenuto (6 punti di Pil in meno di un  anno, in piena recessione). Salari e pensioni sono già ai  minimi, e le entrate aumentano ma colpendo i salariati, non gli  evasori. Centinaia di migliaia di piccole imprese sono  naufragate, la disoccupazione giovanileè salita al 48%,  una persona su tre è a rischio di povertà. I  senzatetto sono 20.000 nel centro di Atene.

«La pauperizzazione delle classi medie è tale,  che aumenta il numero di chi non teme più il default, non  avendo nulla da perdere».A ciò si aggiungano losche  pressioni esercitate ultimamente su Atene, perché in  cambio di aiuto comprasse armi tedesche e francesi. È  vero, la sovranità è oggi fittizia. Ma non  può risolversi nel ricatto dei forti, e nell’umiliazione  dei declassati.

È il motivo per cui l’Europa deve farsi, con  istituzioni rinnovate, promotrice di crescita. E ai cittadini va  detta la verità: se siamo immersi in una guerra del debito  (in Europa, Usa, Giappone) è perché i paesi in  ascesa (Asia, America Latina) non sopportano più un  Occidente che domina il mondo indebitandosi. Alla loro sfida urge  rispondere con conti in ordine, ma anche con uno sviluppo  diverso, senza il quale la concorrenza asiatica ci  schiaccerà.

È lo sviluppo cui pensava Jacques Delors, con il suo  Piano del ’93. Napolitano l’ha riproposto, venerdì a  Helsinki: «Abbiamo bisogno di decisioni e iniziative comuni  per la produttività e la competitività».

L’Europa può farlo, se oltre agli eurobond  introdurrà una tassa sull’energia che emette biossido di  carbonio ( carbon tax ), una tassa sulle transazioni finanziarie,  un’Iva europea: purché i proventi vadano all’Unione, non  agli Stati. È stato calcolato che i nuovi investimenti  comuni – in energie alternative, ricerca, educazione, trasporti –  genererebbero milioni di occupatie risparmi formidabili di  spesa.

Divenire Stati Uniti d’Europa significa non copiare l’America,  ma imparare da essa. Lo ricorda l’economista Marco Leonardi sul  sito La Voce: subito dopo la guerre di indipendenza, e prima di  avere una sola Banca centrale e un’unica moneta, il ministro del  Tesoro Alexander Hamilton prese la decisione cruciale:  l’assunzione dei debiti dei singoli stati da parte del governo  nazionale.

Di un Hamilton ha bisogno l’Europa, che sommi più  persone spavalde. Il loro contributo può essere grande e  l’impresa vale la pena: perché solo nella pena  riconosciamo l’inconsistenza, i costi, la catastrofe delle finte  sovranità nazionali.

BARBARA SPINELLI

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