Un Bond Euro-Sostenibile

 

Il dibattito sulla creazione di eurobond procede, ma in maniera stentata. La crisi economica e finanziaria è dilagata in Europa e l’urgenza dovrebbe spianare la strada ad una decisione rapida ed efficace, oltre che coraggiosa. Invece l’Eurobond ancora non decolla.

Da mesi, sul tavolo si alternano soluzioni, varianti e strategie, a cominciare dal progetto congiunto elaborato da Tremonti e dal Presidente dell’Eurogruppo Junker, che prevede l’emissione di obbligazioni attraverso un’Agenzia Europea del Debito, al fine di coprire fino al 40% del debito pubblico dell’UE. Il piano proposto non ridurrebbe tuttavia il rischio di moral hazard tra i paesi indebitati e non escluderebbe una ristrutturazione del 60% del debito restante. È seguito il progetto Delpla/von Weizsäcker, con l’emissione di due tipologie di bond e il cui fine ultimo è contenere il livello di debito pubblico al di sotto della soglia del 60%.  Romano Prodi e l’economista Alberto Quadrio Curzio hanno avanzato la proposta di un particolare titolo obbligazionario, l’EuroUnionBond, emesso da un Europeran Financial Fund(EFF), che funzioni da perno di una nuova governance economica europea.

(fonte: telegraph.co.uk)

Ma l’attuale situazione è talmente esplosiva, per dirla alla Sarkozy, che l’adozione di Eurobond non può che essere il primo passo all’interno di una strategia che porti all’unione politica europea, non solo fiscale. Non è più solo Emma Bonino ad invocare la soluzione federale degli Stati Uniti d’Europa, una “light federation” per “mettere in comune una serie di politiche, ponendosi come priorità l’unione fiscale e l’istituzione di un Ministero delle Finanze dell’UE”, ma il dibattito federalista sta effettivamente prendendo piede se iniziano a parlarne non solo i grandi ex capi di stato o di governo, ma anche un Ministro degli Esteri, e che Ministro, Juppé. Limitarsi a ricorrere agli eurobond non può che essere un tassello del mosaico di un governo comune europeo.

Ad oggi, il primo ostacolo per gli Eurobond è la “sostenibilità” dei titoli, che deve essere garantita almeno sotto quattro punti di vista: politico, economico, legale e istituzionale. Senza convincenti rassicurazioni, la partecipazione dei paesi UEM non può essere data per certa.

Il secondo si chiama Germania. A Berlino è in corso un dibattito tra economisti, ex ministri, istituzioni economiche e l’attuale governo, i quali stanno passando in rassegna costi e benefici e conseguenze che risulterebbero una volta consentita la luce verde. Berlino, metronomo dell’economia europea, è consapevole di essere al centro dell’attenzione, anche perché la Germania sarebbe il paese finanziariamente più esposto.

La sfida, quindi, è evitare che gli eurobond si trasformino in “junk bonds[1]”. Sì, ma come?

Una scelta politicamente sostenibile presuppone un’identità di intenti tra le decisioni delle istituzioni dell’UE e quelle dei governi nazionali. Questi ultimi dovrebbero operare forti del sostegno elettorale, ma la serie negativa di sconfitte rimediate dalla coalizione di Angela Merkel negli ultimi due anni non semplifica le cose. Nonostante Berlino tenti ragionevolmente di trovare al più presto un’exit strategy per superare la crisi in cui versa l’Eurozona, l’elettorato si sofferma piuttosto sui benefici che ricadrebbero sui paesi europei più indisciplinati. In futuro, il malcontento potrebbe persino indirizzarsi verso le istituzioni economiche dell’UE. Non va inoltre dimenticato che la maggior parte dei Governi europei sta affrontando seri problemi interni: alla dilagante recessione, si aggiungono instabilità politica, malcontento trasversale che abbraccia settori e professioni in balia della crisi economica e una classe politica che sta progressivamente perdendo il favore popolare.

Sostenibilità economica:. da più parti si chiede di limitare l’emissione di Eurobond ad una percentuale predefinita di debito pubblico, ad esempio il 40% del debito di ciascun paese: in tali circostanze, si porrebbe un problema di solvibilità[2] per la restante percentuale in quei paesi il cui rapporto debito pubblico/PIL supera tale soglia. In secondo luogo, la fiducia dei mercati: gli investitori accoglierebbero con maggior favore l’emissione di Eurobonds se l’UEM intraprendesse la strada dell’unione fiscale, come suggerito dal collega Sebastian Dullien, ECFR Senior Policy Fellow. Un percorso certamente non agevole, che richiederebbe anni di trattative, ma che garantirebbe concretezza e solidità ai titoli europei.

Ci si interroga anche da un punto di vista istituzionale e legale. Chi si dovrebbe occupare della gestione dei titoli?  Un eventuale rafforzamento della vigilanza della Commissione Europea dovrebbe essere disciplinato nei minimi dettagli per scongiurare possibili ingerenze nella sovranità dei paesi membri. Ogni modifica dovrebbe trovare un riferimento nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Il Trattato potrebbe essere oggetto di una parziale revisione  – partendo dalla cosiddetta clausola del no bail-out, prevista dall’art. 125, che vieta la “diretta assunzione di debiti sovrani da parte dell’Unione” come pure “qualsiasi sostegno finanziario sotto forma di prestiti”; oppure, come auspicato nell’appello di Soros e dei 100 esponenti europei si potrebbe redigere un nuovo “accordo giuridicamente vincolante che stabilisca una tesoreria unica, rafforzi la regolamentazione finanziaria, crei un sistema centralizzato di tutela dei depositi nell’Eurozona e favorisca la crescita. Revisioni certamente possibili, ma nessuno dimentica le difficoltà incontrate per l’approvazione del Trattato: l’esperienza dei Paesi Bassi e della Francia insegna.

L’Eurozona aspetta che qualcuno – Berlino – faccia la prima mossa. Il dibattito in Germania è più che mai acceso: da un lato l’attuale Governo Merkel, per il quale gli Eurobond sono un argomento taboo. A cominciare dal ministro delle Finanze Schäuble, secondo cui l’Eurobond non può funzionare se non nell’ambito di un’unione fiscale[3]. La constatazione di Schäuble mira probabilmente a insinuare un dubbio: unione fiscale o autarchia? In tempo di crisi economica, i benefici dell’una o dell’altra saranno accuratamente soppesati. Lo scetticismo di Schäuble è stato parzialmente moderato dalle dichiarazioni del suo predecessore, Steinbrück, il quale, dalle colonne dell’Economist, apre agli Eurobond a patto che si segua il modello del Fondo Monetario Internazionale: “se un paese dell’Eurozona non si atterrà alle condizioni stabilite, non potrà ricorrere allo strumento dell’eurobond”[4].

La parola fine proviene da Karlsruhe: la Corte Costituzionale tedesca ha escluso qualsiasi trasferimento di sovranità in tema di responsabilità fiscale e ha sbarrato la strada a meccanismi internazionali che si sostituiscano agli Stati Membri in decisioni chiave di politica economica.

(fonte: Pfohlmann.de)

La creazione di Eurobond non avverrà in tempi rapidi. Lo spread tra sostenitori e detrattori dovrà inevitabilmente essere ridotto e Barroso ha spronato l’UEM verso una maggior determinazione: “Una volta che l’Eurozona si sarà dotata degli strumenti per garantire integrazione e disciplina, l’emissione di debito comune sarà un passaggio naturale e vantaggioso per tutti”. Integrazione e disciplina come nuovo mantra per l’Eurozona? Modificare il trattato per superare la regola dell’unanimità potrebbe essere la mossa giusta per accelerare i tempi. In secondo luogo, non è possibile trascurare una prospettiva più ampia, che prenda l’avvio dalle riforme economiche per disegnare una comune linea politica dell’UE. Ma per raggiungere un simile risultato, gli Stati membri non dovrebbero più interpretare la progressiva rinuncia alla sovranità nazionale come una deprivazione bensì accoglierla come un’opportunità, uno scudo per proteggersi da crisi future. Una condizione essenziale e quanto mai urgente.

 

SIlvia Francescon

DIrettrice dell’Ufficio di Roma


[2] Una via d’uscita potrebbe essere rappresentata da una ristrutturazione del debito.

[3] “As long as we don’t collectivise financial policy we also cannot have a uniform interest rate level. The different rate levels are the incentive to run a solid economy or the punishment if you are not running it properly,” Finance Minister Schauble

[4] The Economist, Without the free lunch, 13 September 2011

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