La scommessa delle donne in Arabia Saudita

di Emma Bonino

Affari Internazionali – 3 ottobre 2011

 

Il re Abdullah ha annunciato che le donne saudite potranno votare e candidarsi alle elezioni municipali, nonché entrare a far parte della Shura – l’assemblea consultiva – ma continueranno a non poter guidare e a dover ottenere il permesso del mahram – il tutore maschile – per poter viaggiare, lavorare e frequentare la scuola o l’università.

Un paradosso che mette in luce come la scelta del re sia stata dettata da prudenza e dagli evidenti limiti della sua volontà riformatrice. Ma le contraddizioni sono al cuore di qualsiasi evoluzione e l’Arabia Saudita è, per eccellenza, il paese delle contraddizioni. Come si spiegherebbe, altrimenti, il fatto che il governo spenda un’enorme quantità di soldi per educare e formare le donne, al punto che rappresentano il 60% dei laureati sauditi, se poi le leggi sulla segregazione di genere impediscono il loro impiego nel mondo del lavoro?

Presa d’atto

Non c’è dubbio che, negli ultimi decenni, la società saudita, tradizionalmente tribale e nomadica, si sia in gran parte trasformata in una società altamente urbanizzata, aprendosi a idee nuove e a nuovi stili di vita. In particolare le donne che, costrette in casa, passano le giornate sul web.

Sicché, nell’era della globalizzazione, si è generata automaticamente la domanda sul perché in Arabia Saudita non fosse possibile ottenere ciò che è ormai acquisito nella maggioranza del mondo arabo e musulmano. L’iniziativa del monarca rappresenta quindi una presa d’atto dell’evoluzione dello status delle donne e, se vogliamo, un riconoscimento al loro diritto di cittadinanza, in un contesto noto per essere tra i più impermeabili al cambiamento.

Per questo, a parlarne da fuori, può apparire come una piccola cosa. Ma per chi ci vive, lì, è un risultato importante perché costituisce l’apertura di un nuovo spazio di agibilità politica che può trasformarsi in un trampolino per altre conquiste.

Saranno le stesse donne saudite a rivendicare maggiori spazi, ad esempio al momento di fare campagna elettorale (solo nel 2015: c’è tempo per prepararsi!). Come possiamo farla, diranno, se non possiamo guidare? Come farci riconoscere se dobbiamo sempre essere velate? Così, da una concessione, possono nascere delle conquiste. Ma la strada è lunga.

Disobbedienza

Lo dimostra il fatto che, all’indomani dell’annuncio, è subito arrivata la doccia fredda: una giovane donna, per essersi messa al volante, è stata condannata da un giudice di Gedda a dieci frustrate, nonostante in giugno erano state più di duecento a farlo, praticando un’inedita azione di disobbedienza civile, con il risultato di essere solo multate.

Sembra che la donna di Gedda sia ricorsa in appello e che la pena, per il momento, non venga inflitta, ma il messaggio del giudice maschio è chiaro: non illudetevi, voi donne rimarrete sempre sotto il nostro controllo.

Del resto, per capire il perdurante apartheid al femminile bastava leggere “Le ragazze di Riad”, il libro-evento di una giovane saudita di 25 anni, Rajaa al-Sanea, uscito nel 2008: una sorta di “Sex and the City” saudita che denuncia l’oscurantismo che regna nel paese e ridicolizza gli uomini che hanno tutto il potere, ma che non lo usano per cambiare le cose.

Allargando lo sguardo, si può dire che la decisione di re Abdullah sia un altro frutto della primavera araba? In parte sì. I mutamenti che si sono verificati nell’area, sommati al fermento e alle pressioni interne, hanno portato a queste concessioni che, proprio per via del contesto chiuso dell’Arabia Saudita, non vanno sottovalutate, neppure se considerate come ciniche promesse per guadagnare tempo e tenere il paese al riparo dall’ondata di proteste che sta attraversando l’intera regione.

Non vanno sottovalutate specialmente di fronte al fatto che c’è, invece, chi continua a rispondere alle proteste della sua gente sparandole addosso (Siria, Bahrain, Yemen), mentre il monarca saudita, dopo aver consultato i suoi potenti consiglieri religiosi, a conferma del fatto che non si tratta di un colpo di testa, ha scelto di compiere un gesto di apertura.

Contagio

Meglio così, non c’è dubbio. Anche perché la novità saudita travalica il suo confine e può dimostrarsi, in questa costante cross-contamination, un’ulteriore spinta in altri paesi dell’area del Golfo che, nonostante la “eccezionalità” invocata dalle loro classi dirigenti rispetto ad altri paesi del Medioriente e del Nord Africa, sono già entrati in un processo di cambiamento.

Un quadro ancora indefinito, quindi, dove la questione di fondo – le forze per il mantenimento dello status quo sono più forti delle forze del cambiamento? – rimane per ora senza una risposta univoca. I paesi del Golfo non rappresentano un blocco omogeneo, ma le loro enormi risorse investite in spesa sociale e una rendita petrolifera che consente di non tassare le popolazioni, rimangono una leva potente nelle mani dei regimi conservatori.

Bisogna vedere se prevarrà l’atteggiamento del business as usual di questi ultimi, accompagnato da riforme a bassa intensità, oppure se le transizioni in Nord Africa si dimostreranno un tale successo da diventare un modello dirompente anche nel resto del mondo arabo. La scommessa è aperta.

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