Emma Bonino, Vice Presidente del Senato ed ECFR Board Member, sugli Stati Uniti d’Europa

L’esponente Radicale, vicepresidente del Senato: “Le crisi possono nascondere delle opportunità. Bisogna completare l’unione monetaria con quella politica. Non ci sono leader lungimiranti con un grande progetto federalista, ma l’unica strada da battere è creare un consenso popolare attorno a questa idea”

 

di Giommaria Monti

 

Perché dopo più di dieci anni il progetto di Spinelli, di un’Unione politica Europea, sta rischiando il naufragio sotto i colpi della crisi finanziaria?

La vedo in maniera diversa: il progetto spinelliano – ovviamente adattato ai nuovi scenari che si sono imposti in questo inizio millennio – rimane più che mai attuale e un numero sempre maggiore di economisti, di politici e di statisti – questi ultimi per ora quasi tutti “ex”, purtroppo – vedono nell’Unione politica l’unica ancora di salvezza. Più che sotto i colpi della crisi finanziaria, il rischio di naufragio è dovuto piuttosto agli attuali leader europei che non hanno, per ragioni diverse, l’interesse o le capacità di condividere i rischi e l’onere politico di cessioni di sovranità ulteriori per il bene comune di tutti, spezzoni di sovranità – come quelle economiche – a dire il vero già cedute da quel dì ma che dal punto di vista formale rimangono nelle loro mani. Insomma, manca il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e completare l’edificio.

 

Schroeder sostiene che il vero pericolo non è economico, cioè la tenuta dell’euro, ma politico. L’Unione non ha una spina dorsale forte e questa crisi lo sta dimostrando, dice l’ex cancelliere tedesco. Perché in Europa manca la politica?

Condivido le parole di Schroeder, soprattutto sulla necessità di creare quanto prima gli Stati Uniti d’Europa – una tesi Radicale da tempi non sospetti – ma si tratta appunto dell’ennesimo “ex” che si pronuncia. Ci vorrebbero leader lungimiranti, con in mente un grande progetto federalista, al potere oggi – non ieri – e nella pienezza delle loro funzioni. Non ne vedo all’orizzonte: né ai vertici delle istituzioni europee, né a livello nazionale, dove l’ego dei leader e la difesa di rendite strategiche di questa o quella capitale sono diventati tra i fattori principali che si frappongono ad un’Europa che parli con una sola voce.   

Le istituzioni europee non sembrano in grado di arginare la dissoluzione, tutto sembra essere nelle mani della BCE, cioè di un organismo economico. E’ così?

Sì ed è paradossale perché la preoccupazione all’origine era inversa: quella di assicurare l’indipendenza della Bce dalle interferenze dei governi e ora vediamo che sono i governi ad essere invece “commissariati” dalla Bce. Ma le istituzioni europee non hanno brillato per attivismo, anzi sono diventate parte del problema, a cominciare dalla Commissione che è pur sempre custode dei Trattati. Da Bruxelles non è venuta in questi anni una singola proposta che andasse in direzione di una maggiore integrazione. La Commissione ha fatto poco o nulla per difendere l’Europa dalle tendenze, passate e presenti, di “ri-nazionalizzazione” delle politiche comunitarie, dai piani nazionali anti-crisi alla messa in discussione dell’accordo di Schengen – tra i simboli più forti dell’Unione – a causa della “invasione” di 25 mila tunisini a Lampedusa! L’Europa deve essere in qualche modo “re-inventata”, ma chi ha la credibilità per farlo? Sono finiti i tempi in cui erano le élites a mandare avanti il processo d’integrazione. L’unica strada da battere per un’Europa federale, oggi, è creare un consenso popolare attorno a questa idea. Bisogna allora che la parte più illuminata e liberale del nostro continente la smetta di sentirsi sconfitta, di rimanere tremebonda di fronte ad un manipolo di “veri finnici” o di leghisti in camicia verde, e si dia il coraggio necessario per fare da apripista a nuovi e più ambiziosi processi di integrazione.

Si è quasi fermato il processo di integrazione europeo. Uno stop dovuto alla crisi o ci sono ragioni più profonde?

Le crisi possono nascondere delle opportunità, a patto di aver voglia di coglierle. Negli ultimi anni solo i Radicali e qualche federalista superstite hanno continuato a sostenere che era una follia creare l’Unione monetaria lasciando che ogni stato membro decidesse in assoluta autonomia la propria politica fiscale e di bilancio. Oggi il prezzo di questa follia è diventato, seppure tardivamente, evidente a molti, cominciando da coloro che si occupano professionalmente o istituzionalmente di affari economici e finanziari. Così George Soros, Jean Claude Trichet, Mario Draghi, Jacques Attali, Gordon Brown, l’Economist, lo stesso Fondo Monetario Internazionale – la lista potrebbe continuare – hanno cominciato a dire, di fronte alla profondità della crisi, che bisognerebbe affiancare alla Bce un ministro delle finanze dell’Unione, una Tesoreria unica ecc…Insomma, che si esce dalla crisi con più Europa e non con furbizie contabili o con le favole. La traduzione di questo auspicio significa, in pratica, il completamento dell’Unione monetaria con l’Unione politica. Perché un ministro delle Finanze presuppone che raccolga le tasse, che a loro volta servono a pagare precise funzioni di governo. Che senso ha, per esempio, avere 27 eserciti nazionali, con una spesa complessiva che supera i 200 miliardi di euro l’anno? Non sarebbe meglio un esercito unico europeo, mettendo insieme le risorse e unendo le forze per quanto riguarda l’addestramento, la logistica e la ricerca? In fondo si tratta di ristabilire l’ordine logico delle cose, rimettendo la politica – e le istituzione preposte – alla guida del processo d’integrazione. Ci vogliono, insomma, gli Stati Uniti d’Europa. Idea che si scontra regolarmente con il timore – particolarmente forte in Gran Bretagna e nei paesi nordici, ma anche tra i partiti nazionalisti o “localistici” un pò ovunque – che così si crea il mostro, il “superstato europeo” che soffoca gli stati nazionali. Ma se si crede nelle radici del progetto fondatore allora l’obiettivo non può che essere una “Patria europea”, e non una “Europa delle Patrie” incapace di vedere che oltre il proprio naso c’è un mondo che corre e che di un’Europa divisa e frammentata in definitiva può anche fare a meno.  

L’Italia sembra non avere più credibilità nel continente e lo scontro dentro la Bce lo dice con chiarezza. E’ un problema del governo in carica o della debolezza della nostra economia?

Il dibattito sulla manovra economica ha messo in luce ancora una volta la scarsa consapevolezza della posta in gioco da parte dell’attuale governo e della sua maggioranza. In questo senso siamo di fronte ad un poderoso deficit politico rispetto a quanto stava e sta succedendo. Possibile che siano i banchieri ad invocare gli Stati Uniti d’Europa mentre il governo sa solo tentennare e prendere tempo? Come si può pretendere di mettersi a capo di tutte le battaglie di retroguardia a Bruxelles – a volte anche un pò becere nei toni – e pensare di rimanere credibili? Indipendentemente dalla forza economica, poi, la credibilità la si guadagna in base alle misure coraggiose o meno che si assumono, agli impegni presi e mantenuti, all’affidabilità dimostrata all’interno di un quadro di regole condivise. Ricordo che siamo entrati nell’euro con un rapporto debito/pil largamente superiore al 60%, nonostante il parametro di Maastricht lo vietasse. Evidentemente i governanti di allora avevano la credibilità necessaria per ottenere lo stesso la fiducia dei partner europei. 

Entro pochi mesi andranno al voto 8 paesi dell’Europa. Cambierà il vento e il centrodestra sarà sconfitto?

Non ho la palla di cristallo ma la ventata di populismo e di xenofobia che sta attraversando l’Europa non passerà velocemente. Non conosco politico che corra per vincere delle elezioni dando l’impressione di essere impotente o che le decisioni siano prese altrove da altri. Quindi si ricorre alla strategia dello struzzo: meglio mettere la testa sotto la sabbia e assumere posizioni populiste anziché affrontare e risolvere problemi complessi. Infatti, né  da Bruxelles, né dalle capitali, vedo arrivare le contromisure necessarie per contrastare questa ventata. Anzi, spesso vedo le istituzioni europee piegarsi a decisioni che incentivano il populismo, come quella di stringere i bulloni all’accordo di Schengen o non opporsi a protezionismi vari che scattano in difesa di “campioni” nazionali al rischio di compromettere un altro pilastro europeo, il mercato interno. Questa ventata di populismo è stata recentemente analizzata in un rapporto del Gruppo di eminenti personalità del Consiglio d’Europa, di cui faccio parte. Abbiamo cercato di dare qualche risposta proprio a questa domanda: come conciliare diversità e libertà e vivere insieme nell’Europa del XXI secolo?

 

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