Marco Del Corona, Corrispondente per il Corriere della Sera da Beijing, ECFR ed il Tour Cinese per le capitali europee

 

Il tour cinese fra le capitali: Roma, Madrid, Londra

Marco Del Corona, Il Corriere della Sera, 14 settembre 2011

 

 

 

PECHINO – Altri tempi. Nel 2009 Lou Jiwei scherzava sul «protezionismo europeo». Faceva sorridere la platea del Forum di Boao raccontando come «in Europa mi hanno chiesto di non superare la quota del 10% in ogni acquisizione e di non pretendere diritto di voto nelle società in cui entriamo. Evidentemente l’Europa non mi vuole». Adesso invece l’Europa lo cerca, l’Italia addirittura ci si aggrappa. La China Investment Corporation (Cic), il fondo sovrano cinese, è la creatura di Lou, già marinaio, quindi passato alle acciaierie di Pechino, laurea alla Tsinghua, master all’Accademia di scienze sociali, vice governatorato in provincia e un incarico da viceministro delle Finanze nella scia di un premier grintoso come Zhu Rongji. E se nella vicenda personale di Lou si raggruma la Cina contemporanea, nel dna della Cic stanno le ambizioni attuali della Repubblica Popolare: far fruttare la propria liquidità sia in termini economici sia in termini d’influenza globale.

Su tutti gli scacchieri disponibili. La Cic sta per compiere i 4 anni di vita: 29 settembre. Inizi tumultuosi, con investimenti fallimentari in Blackstone (3 miliardi di dollari) e in Morgan Stanley (5 miliardi). Operazioni che scatenarono dibattiti insolitamente franchi. Qualche forum on line impertinente regalò a Lou, giudicato fin troppo fiducioso nei meccanismi della finanza americana, l’epiteto di «Babbo Natale», certo non solo perché nato il 24 dicembre 1950. Errori di gioventù, per la Cic. Che nel frattempo si è ricapitalizzata e dai 200 miliardi di dollari di partenza è oggi a quasi 410. E che, aderente alle direttrici strategiche tracciate dalla leadership, ha fatto delle risorse il primo fronte dello shopping: compagnie minerarie dal Brasile all’Australia, i tre miliardi e mezzo di dollari stanziati in Canada, e poi Indonesia, Kazakistan e così via. Il tutto senza avere accesso diretto alle riserve in valuta di Pechino.

Da quest’anno la Cic ha una seda all’estero, a Toronto. I frequenti viaggi di Lou e dei suoi collaboratori anche in Europa hanno diversificato ulteriormente il portafoglio della Cic, che si è sbizzarrita dall’immobiliare britannico alla NewsCorp di Murdoch. I bond, invece, non sarebbero le sue prede naturali. Dopo le indiscrezioni di Financial Times e Wall Street Journal sulla richiesta italiana a Lou di valutare l’acquisto di fondi italiani, ecco ieri i «no comment» sussurrati dai funzionari della Cic, sia il fatto che il bilancio di fine giugno riportava una liquidità alla Cic di «soli» 14 miliardi di dollari. Peraltro, nella sua trasferta europea, Lou Jiwei è stato anche a Madrid e a Londra, oltre che a Roma, e in tutti i suoi incontri ha ripetuto che Cic è interessata ad attività reali più che a investimenti finanziari.

Allo stesso tempo, l’ endorsement politico all’impegno sull’Europa incorpora l’azione del fondo sovrano e ne fa un tassello di un quadro più ampio. Della mano tesa all’euro e alla Ue hanno parlato ieri la portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, come più autorevolmente di recente il premier Wen Jiabao e, ricevendo l’omologo francese Nicolas Sarkozy, anche Hu Jintao. Un collasso europeo sarebbe un collasso cinese. La quota in euro tra i 3.200 miliardi di dollari di riserve in valuta aumenta, e certe stime si spingono fino a ipotizzare un 25%: lo sostiene ad esempio l’European Council on Foreign Relations che calcola pure come aziende e banche (altro strumento della penetrazione globale di Pechino) abbiano messo insieme in Europa contratti per 64 miliardi di dollari. In alcuni momenti credere a «Babbo Natale», se è cinese, può tornare inevitabile.

 

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