LIBIA: manca un capo per la rivoluzione

Di Lorenzo Cremonesi

8 marzo 2011

RAS LANUF_ La rivoluzione libica ha un grave problema: manca di un capo. E tutte le rivoluzioni hanno bisogno di una guida, di un punto di riferimento carismatico che sappia ispirare e dare fiducia ai rivoltosi. In un tempo di profonda incertezza, dove si abbatte l’ordine esistente e i vecchi leader perdono di senso, la figura dell’uomo guida diventa centrale. Che sia Ernesto Che Guevara, Vaclav Havel, Lech Walesa, Lenin o Zapata, quei movimenti di cambiamento profondo e radicale hanno avuto bisogno di loro. E in Libia ora più che mai. Visto che qui non è come in Tunisia e in Egitto, dove in realtà si stanno consumando due rivoluzioni incompiute, costruite su complessi compromessi tra vecchio e nuovo tessuti grazie alla presenza dell’esercito e dell’amministrazione pubblica quali garanti di continuità istituzionale.

In Libia il tentativo di defenestrare Gheddafi comporta un cambiamento radicale, rivoluzionario appunto. Si tratta di costruire una società nuova. Il Colonnello in 42 anni di potere ha tessuto una rete di controllo sociale grazie alle sue alleanze dirette con gli elementi fedeli nelle oltre 90 tribù del Paese che ora va abbattuta e sostituita da altro. Ma quale altro? E chi è in grado di garantire, accompagnare il cambiamento?

Per ora i dirigenti dei comitati rivoluzionari a Bengasi non riescono a spiegarlo. A capo dei 30 membri del Consiglio Nazionale hanno posto un esponente dello stesso regime che vorrebbero abbattere: Mustafa Abdel Jalil, settantenne ministro della Giustizia di Gheddafi passato tra i ranghi della rivoluzione solo all’ultimo momento. Una scelta che basta da sola a far comprendere le gravi difficoltà che affliggono il movimento. Possibile che abbiano avuto bisogno proprio di Jalil? Il quale tra l’altro è stato quasi dimesso poche ore dopo la nomina per aver rilasciato dichiarazioni alla tv araba Al Jazeera che non erano state concordate con gli altri membri del Consiglio. Possibile che non abbiano tra loro un volto nuovo, giovane, che incarni i valori e le aspirazioni di chi si ribella?

Con il crescere delle difficoltà nelle operazioni militari, con lo stallo e addirittura le ritirate sul fronte di Ras Lanuf, con l’affievolirsi dell’entusiasmo delle prime sommosse e invece con la crescita delle necessità pratiche (salari, lavoro, assistenza sanitaria, banche, cibo), inevitabilmente sarà necessario il ruolo di una solida dirigenza del movimento, unita e coesa. Il rischio è altrimenti che Gheddafi possa tenere il colpo.

Se così fosse, il Colonnello diventerebbe il fautore del passaggio dalla presa della Bastiglia al Congresso di Vienna. L’anti Ben Ali per eccellenza. Colui che era stato l’unico leader arabo a dichiarare con chiarezza il 14 gennaio, giorno della fuga del presidente tunisino in Arabia Saudita, che si trattava di un fatto esecrabile, un attentato alla stabilità della regione, ora potrebbe diventare il simbolo della Restaurazione.

Per leggere l’originale vedi qui

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