Morire per Tripoli?

Di Lapo Pistelli

8 marzo 2011

In un articolo pubblicato alla fine dell’agosto 1939, il deputato francese Marcel Deat si poneva una domanda: “vale la pena morire per Danzica” ? Non era una bella donna da contendersi a duello, ma ovviamente una città polacca, il passo in più di un inarrestabile Hitler che spingeva la comunità internazionale a chiedersi se entrare in guerra per fermare l’espansionismo tedesco.

Da allora, a proposito o meno, morire per Danzica è divenuto il dilemma etico-politico del mondo ogni volta che una crisi ci impedisce di girare gli occhi da un’altra parte, di rifugiarsi in un comodo “non sapevo”. Morire per Sarajevo? Morire per Kigali? Morire per Pristina?

Scenari diversi, interessi geopolitici diversi, diversi anche i rapporti di forza fra aggressori e aggrediti, diverse le ragioni ora etniche ora politiche, ma medesima la domanda. E in modo diverso ha risposto di volta in volta la comunità internazionale.

Morire per Tripoli ?

Negli ultimi giorni, il durissimo scontro nel Paese ha vanificato l’illusione che il cambiamento in Libia potesse avvenire nelle forme, relativamente tranquille (nessuna rivoluzione è una pacifica passeggiata di salute), sperimentate a Tunisi e al Cairo.

Chi legge queste note ha avuto modo di seguire sui giornali la conquista delle città da parte degli insorti, le controffensive del Rais, la guerra mediatica delle conferenze stampa e delle manifestazioni pro-regime, la fuga dei lavoratori immigrati.

La Libia è oggi un Paese in guerra, un Paese diviso abbastanza nettamente in due parti, un teatro di conflitto segnato dalla sproporzione fra chi può usare artiglieria pesante e mezzi aerei e chi attacca e difende con armi leggere. Un Paese dove è politicamente difficile scommettere in modo certo sulla collocazione dei capi tribù (non esistendo un’ombra di struttura statuale) e dove il leader dei ribelli è in fondo l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi.

La comunità internazionale però si è spinta molto avanti in pochi giorni: la condanna politica, l’invito pressante a interrompere la violenza e a lasciare il potere, le sanzioni mirate, il congelamento dei beni, il deferimento alla Corte di Giustizia, il mandato di cattura per l’Interpol. Ma Gheddafi è lì, resiste. Se lo stallo non viene rotto da un complotto “interno”, il dittatore pare in grado di resistere ancora, addirittura di consolidare le posizioni, soprattutto di provocare un bagno di sangue.

Gli insorti chiedono aiuto, chiedono armi soprattutto, non arrivano mai a chiedere l’intervento di terra vero e proprio, non fosse altro per orgoglio, ma chiamano l’occidente ad una assunzione di responsabilità, dopo le molte parole degli ultimi giorni.

Perciò, complice la grande potenza delle immagini sull’opinione pubblica, si lavora febbrilmente alle Nazioni Unite e si preparano i due vertici europei di giovedi e venerdi. Perché qualsiasi decisione ulteriore della comunità internazionale, specie il passaggio a misure coercitive richiede il consenso per essere legittimo sul piano giuridico. Consenso che è già arrivato dalla Lega Araba e dai Paesi del Golfo ma che zoppica da Russia e Cina, assai scettiche nel permettere un uso della forza in questioni “interne” che costituirebbe un pericoloso precedente.

La “no-fly zone” di cui si discute, nonostante il nome rassicurante, è comunque una opzione militare forte. Assicurare l’interdizione dello spazio aereo su un Paese (per evitare bombardamenti) e la tranquillità dei propri velivoli comporta la distruzione (preventiva o successiva) delle artiglierie contraeree posizionate a terra. Non dunque una semplice forza di interposizione di valore dissuasivo.

Il mondo le ha abbondantemente praticate in Bosnia, Serbia, Kosovo, Iraq. In nessuna di queste circostanze, ahimè, l’intervento ha scongiurato escalation successive. Come ricorda il generale Arpino, la no-fly zone in Bosnia si estendeva per circa 50.000 kmq, quella parziale in Irak per circa 150.000 kmq; una no-fly zone in Libia limitata alle coste e con una profondità di 100 km porterebbe ad un’area di 200.000 kmq, più grande della zona in Irak e quattro volte la dimensione della Bosnia. Una scelta dunque impegnativa.

Può essere – chi può affermarlo o smentirlo – che Gheddafi stia davvero negoziando l’uscita in cambio del non deferimento alla Corte, che il suo morire con le armi in pugno sia stato un puro argomento della retorica, che i figli non siano quella falange granitica che si immagina. Certo è che il ritorno alla Libia di ieri non è più possibile.

Lo sa, più di ogni altro, l’Italia che della Libia è stata potenza coloniale, che in Libia ha commesso atrocità, che con la Libia ha negoziato riconciliazione e amicizia, concluso affari e che al leader libico ha offerto la capitale per le sue umilianti passerelle.

L’Italia non può oggi che rimettersi in fila dietro alla comunità internazionale, dare prova di impegno sul versante umanitario, coinvolgere il Parlamento nella sospensione del Trattato, offrire con garbo la propria disponibilità per il futuro al Consiglio di Bengasi e stare alle decisioni degli altri su ogni passo successivo. Essere un passo troppo avanti ci renderebbe inattendibili non solo per Gheddafi (che già si è fatto beffe di noi nelle sue dichiarazioni tv) ma anche per coloro che lo combattono; essere un passo troppo indietro ci renderebbe inattendibili per la comunità internazionale.

Se la politica super-bilaterale delle relazioni speciali ci ha condotto sin qui, non abbiamo alternative se non rimetterci docilmente alle decisioni della squadra.

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One Comment to “Morire per Tripoli?”

  1. vecchia battuta, credo di Serra.
    Morire per Tripoli? Manco morti.

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