Cosa deve fare l’Europa sulla Libia?

di Daniel Korski, con il contributo di altri policy fellows di ECFR

25 febbraio 2011

Ciascuna fase degli eventi in Medio Oriente, dalla rivolta in Tunisia, attraverso il golpe militare in Egitto fino alle proteste in Giordania, hanno posto all’Unione europea una serie di nuove sfide. Ogni volta che i leader europei hanno compreso la natura degli eventi che stavano avendo luogo, ogni volta che hanno deciso sulla base di un’azione collettiva, un nuovo evento li ha nuovamente forzati a prendere nuove decisioni. Oggi le sfide più difficili sono conseguenza della presa di posizione sanguinaria del Colonnello Muammar Gheddafi e il vero rischio che la Libia, creata solamente nel 1951, possa fallire con conseguenze per l’Europa, in termini d’immigrazione, di rendita energetica e di sostegno al terrorismo, nel caso in cui il caos dovesse prevalere.

Fino a questo momento, l’Unione europea ha manifestato le proprie preoccupazioni circa gli eventi in Libia, astenendosi però dall’imporre immediate sanzioni contro il dittatore libico. Con un comunicato congiunto del 23 febbraio, gli ambasciatori europei hanno condannato “l’inaccettabile uso della forza contro i civili” ed hanno sottolineato come il gruppo fosse “pronto a prendere ulteriori misure”, qualora necessarie. Misure che potrebbero includere un regime di sanzioni, tra cui il blocco dei visti, l’embargo sulle armi ed il congelamento dei patrimoni della famiglia Gheddafi e dei principali funzionari libici. Recentemente, è stata discussa la proposta di creare una no-fly zone, sul modello di quella anglo-americana attuata sul Nord dell’Iraq negli anni Novanta.

Tuttavia, l’Unione europea si è parzialmente divisa sulle decisioni in generale. La Francia ha richiesto sanzioni immediate, insieme a Finlandia, Germania e Danimarca. Alcuni Stati membri non sono invece abbastanza convinti che in questo momento l’imposizione di sanzioni possa aiutare nel prevenire ulteriori atrocità contro i protestanti o possa contribuire a far tornare i cittadini comunitari in Europa. L’Italia, con interessi importanti in Libia per quanto riguarda il petrolio, il gas ed il commercio di armi, e timorosa dell’“esodo biblico” dei rifugiati, si è opposta alle sanzioni. Qualora il regime libico decidesse di non collaborare nell’impedire agli immigrati illegali di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa, il loro numero potrebbe raggiungere una quota annule di 40.000 unità, diversamente quindi dall’attuale tasso annuale di 7.300.

Le relazioni economiche dell’Europa con la Libia hanno impedito ad alcuni leader europei di districarsi dalla rete di Gheddafi. La Libia esporta gas naturale in Italia, attraverso i 520 km del gasdotto Greenstream, e verso la Spagna sotto forma di gas naturale liquefatto. Nei primi 11 mesi del 2010, l’Italia ha importato 26 milioni di metri cubi al giorno di gas dalla Libia, circa il 13% delle proprie importazioni di gas. Nello stesso periodo, la Spagna ne ha importati 1,5 milioni, circa il 1,5% delle importazioni nazionali. Tuttavia, molti paesi importano anche il petrolio. L’Austria importa il 21,2% di petrolio dalla Libia, la Francia il 15,7%, la Germania il 7%, la Grecia il 14,6%, l’Irlanda il 23,3%, l’Italia il 22,0%, l’Olanda il 2,3%, il Portogallo l’ 11,1%, la Spagna il 12,1%, il Regno Unito, l’8,5% – Dati sulla Libia: petrolio e gas (AIE 21 Febbraio 2011). Vedi http://www.iea.org/files/facts_libya.pdf.

La questione dell’impegno europeo in Libia pone alcuni quesiti sul ruolo della comunità internazionale nella “Primavera araba”. Da un lato, la mancanza di un impegno internazionale – che sia voluto o casuale – ha dato alle rivoluzioni una legittimità che non avrebbero ottenuto se l’Occidente, Europa compresa, fosse intervenuta con maggior forza. Dall’altro lato, l’eventuale fallimento della rivoluzione libica – e la continuazione del regime di Gheddafi – rischierebbe di strangolare le rivoluzioni della regione e di scatenare il terrorismo nei paesi vicini e oltre. Il Colonnello Gheddafi ha speso la maggior parte degli anni Ottanta e Novanta sostenendo il terrorismo e i movimenti separatisti nel mondo.

Un impegno militare europeo – compresa l’istituzione di una no-fly zone, che sarebbe nei fatti un atto di guerra – riporterebbe alla memoria la no-fly zone irachena e la campagna in Kosovo, che difficilmente sarebbero sostenute da Pechino e Mosca e a cui alcuni Stati dell’Unione europea guardano con preoccupazione. Vi è inoltre il timore che cittadini europei vengano presi in ostaggio come i serbi di Bosnia fecero negli anni Novanta.

Al contempo, qualora l’Europa fallisca nel contribuire a fermare la condotta di Gheddafi, non solo condannerebbe molti cittadini libici a morte, incoraggiando altri dittatori che stanno affrontando le proteste, ma abbandonerebbe i suoi impegni nell’ambito della dottrina della “Responsibility to Protect”. Imporre un divieto di sorvolo della Libia impedirebbe gli aerei libici di attaccare i civili e permetterebbe anche un’evacuazione più sicura degli stranieri. Così facendo inoltre, sarebbe possibile prevenire l’afflusso di armi, mercenari e altre forniture verso Gheddafi e le sue forze di sicurezza. Il sostegno ad un’azione internazionale da parte della Cina, seriamente colpita dalla crisi libica – 30.000 lavoratori e negozianti cinesi vivono in Libia, e molti attacchi sono avvenuti nelle zone delle industrie cinesi – sembrerebbe quindi più plausibile rispetto a quanto avvenuto in precedenza.

In considerazione di ciò, gli obiettivi dell’Unione europea devono essere i seguenti:

  • aiutare l’evacuazione dei cittadini europei;
  • porre fine agli attacchi contro i civili ad opera delle forze sostenute dal  regime;
  • fare pressione sui fedeli al regime perché abbandonino il Colonnello  Gheddafi;
  • dare assistenza nella ricostruzione della Libia.

Per fare ciò, l’Unione deve considerare i seguenti passi concreti quando i suoi leader si incontreranno a Bruxelles:

  1. L’UE deve chiarire che intende congelare i beni libici. Il Colonnello Gheddafi, impegnato a riflettere sul suo futuro, ha mostrato in passato di dare molto peso alle sanzioni internazionali. Per di più, i fedeli al regime, intimoriti dal loro futuro nel post-Gheddafi, saranno influenzati dalle decisioni internazionali. In realtà, ci vorrà tempo prima di congelare le holding della famiglia Gheddafi, ma un messaggio chiaro e urgente relativo alle intenzioni dell’UE risulta in questo momento essenziale.
  2. Ora che il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio del Nord Atlantico, l’UE dovrebbe mettere sul tavolo un’opzione militare e affidare al Comitato militare il compito di elaborare varie opzioni per sei scenari: una no-fly zone, una forza di inserimento per mettere in salvo i cittadini europei, una forza per proteggere gli impianti petroliferi ed energetici, una forza aerea di sostegno alle fazioni anti-regime ed una forza di intervento più ampio per proteggere il popolo libico. Tale discussione sarebbe la dimostrazione che i governi europei sono disposti a considerare l’opzione militare, anche nel caso in cui non portasse ad alcuna decisione, mettendo così pressione ai fedelissimi di Gheddafi. Fondamentalmente, la Nato deve cercare di includere l’Unione Africana e/o gli Stati della Lega Araba in questo processo.
  3. L’UE dovrebbe inoltre proporre l’istituzione di un Gruppo di contatto o di un gruppo di amici del popolo della Libia per registrare i progressi del Paese – l’UE è troppo grande per prendere rapidamente una decisione come quella che si rende necessaria per la Libia. I membri di tale gruppo dovrebbero includere i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania, la Lega Araba e l’Unione Africana. La prima riunione dovrebbe aver luogo il più presto possibile, possibilmente in Tunisia.
  4. I leader europei dovrebbero, a loro volta, chiedere alle Nazioni Unite di preparare un tentativo di mediazione post-Gheddafi. Diverso dal lavoro di ricostruzione post-transizione, dovrebbe essere finalizzata a facilitare un accordo tra le diverse tribù e fazioni. Inoltre, utilizzando l’esperienza del sostegno europeo ai gruppi anti-regime nella Serbia di Slobodan Milosevic, l’UE dovrebbe dare un sostegno alle fazioni anti-Gheddafi. Ciò dovrebbe includere l’assistenza alle zone liberate e l’aiuto clandestino. Si potrebbe anche pensare alla nomina di un inviato temporaneo che, stabilitosi nella regione, coordini tale assistenza.
  5. Al tempo stesso, i leader europei dovrebbero chiedere anche un’indagine indipendente sulle eventuali violazioni del diritto umanitario – attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che potrebbe incaricare la Corte Penale Internazionale di investigare, oppure attraverso un altro modello che segua quello utilizzato per Hariri. Nel contempo, l’Unione europea dovrebbe nominare un Coordinatore per i Crimini di Guerra, che contribuisca a coordinare l’expertise dell’UE nell’ambito di qualsiasi indagine internazionale.
  6. In seguito, l’UE dovrebbe sostenere una riunione dei gruppi di opposizione libica per facilitare la loro riflessione sul futuro della Libia, offrendo un rifugio sicuro ai piloti libici e al personale di sicurezza che rifiuta di eseguire l’ordine, impartito da un regime illegale, di attaccare i civili.
  7. Per aiutare i paesi ad affrontare il possibile esodo dei Libici verso l’Europa, in particolare verso Malta e l’Italia, FRONTEX, l’agenzia delle frontiere dell’UE, dovrebbe proporre un piano di aiuto reciproco e gli Stati europei dovrebbero prepararsi a inviare guardie di confine, esperti e barche agli Stati membri “in prima linea”.
  8. Infine, per limitare l’afflusso di mercenari a sostegno del regime di Gheddafi, l’UE dovrebbe dichiarare chiaramente che porterà in tribunale chiunque sia coinvolto in Libia, dando inoltre istruzioni ai propri ambasciatori dislocati nei Paesi “di invio/transito” dei mercenari di fare pressione sui governi affinché li fermino, facendo ricorso alla minaccia di bloccare tutti gli aiuti.

Il modo in cui l’Europa reagisce alle atrocità perpetrate dal regime libico non solo determinerà la forma delle relazioni della coalizione con la Libia, ma probabilmente condizionerà il destino delle rivoluzioni emergenti in Tunisia e in Egitto. Non si tratta dell’ora dell’Europa, come il ministro degli Esteri lussemburghese Jacques Poos fatalmente disse riferendosi alla Bosnia. Ma vi è un chiaro ruolo per l’Europa: aiutare gli arabi nel loro momento di bisogno e di speranza.

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