12/12/2013

Presentazione del nuovo progetto ECFR ” Two State Stress State”, Roma, 12 dicembre 2013

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11/12/2013

Italia e Israele: una strategia per la crescita

 

 

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Silvia Francescon, 10 dicembre 2013

 

Alcuni giorni fa il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha incontrato l’omologo israeliano Netanyahu. L’incontro  si è concluso con la firma di 12 accordi bilaterali sicurezza pubblica, protezione civile, energia, salute, educazione, ricerca e tecnologia, con lo scopo di “garantire la crescita e nuovi posti di lavoro”, come ha sottolineato Letta stesso.

Italia a Israele sono legate da una relazione lunga e redditizia. Nel 2010 l’Italia è diventata il quarto partner commerciale di Israele (dopo Stati Uniti, Cina e Germania). Le esportazioni israeliane verso l’Italia riguardano soprattutto l’industria petrolchimica, ammontando ad un 48% sul totale che è di circa $167 miliardi.

 

Tra gli accordi sottoscritti a Roma, uno dei più interessanti è quello legato al settore energetico.

Nel 2010 Israele ha scoperto il “Leviatano”, un grande giacimento di gas che dal 2018 gli permetterà di diventare un nuovo attore energetico nell’area del Mediterraneo. Attualmente Israele è in cerca di acquirenti e l’Italia sembra desiderosa di giocare un ruolo centrale nella partita.

L’accordo energetico tra i due paesi rappresenta un’opportunità concreta per l’Italia per diventare un hub euro-mediterraneo dell’energia. Tale azione rientra in una strategia nazionale ed europea che, insieme al recente accordo sul gasdotto transatlantico (Tap), è diretta a diversificare i fornitori energetici.

L’approccio italiano verso i partner esteri mostra l’impegno del paese per il rilancio della crescita e per un interesse anche europeo dedicato al rafforzamento delle politiche comuni regionali. Non a caso la strategia energetica rientra tra le principali priorità della prossima presidenza italiana dell’UE (seconda metà del 2014).

Nonostante il rafforzamento dei legami economici sia stato l’obiettivo principale dell’incontro, i due leader non hanno perso l’occasione per discutere temi di interesse internazionale, primo fra tutti il recente accordo sul nucleare iraniano. Durante la conferenza stampa Netanyahu ha ribadito il disappunto per la riduzione delle sanzioni, sostenendo che bisogna agire il prima possibile in modo da non compromettere gli sforzi fatti.

L’Italia guarda agli accordi con l’Iran con cautela. Secondo Letta, “la de-nuclearizzazione militare dell’Iran è un obiettivo dell’intera comunità internazionale” che deve essere perseguito con “mezzi pacifici e diplomatici”. Inoltre, durante la conferenza stampa Letta stesso ha espresso la sua posizione sugli sviluppi del processo di pace in Medio Oriente auspicando che il 2014 sia l’anno della svolta, sia per i palestinesi che per la stabilità della regione.

Sul piano internazionale, entrambi i capi di governo condividono le preoccupazioni per la situazione siriana e libica. Non è stato detto niente di concreto, ma sembra chiaro che, soprattutto per quanto riguarda la Siria, c’è assolutamente bisogno di implementare la Risoluzione ONU contro l’utilizzo di armi chimiche.

Durante gli ultimi mesi sembra che l’Italia abbia lavorato molto per rafforzare il suo ruolo internazionale. Il nuovo approccio del governo sta guidando il Paese verso la giusta direzione: l’Italia vuole avere un ruolo  attivo a livello europeo ed internazionale. D’altronde, l’Italia è stato uno dei primi Paesi a ristabilire le relazioni diplomatiche con l’Iran e a chiederne l’inclusione al tavolo dei negoziati di Ginevra.

Anche il recente incontro intergovernativo con la Russia è una dimostrazione che l’Italia desidera affermarsi come attore fondamentale sul piano internazionale, soprattutto in un contesto regionale più ampio che va dal Nord Africa e Medio Oriente ai Paesi dell’Europa orientale.

Un segnale del nuovo ruolo dell’Italia è il fatto che Roma stia diventando il luogo dove discutere questioni cruciali internazionali ed europee. Infatti, non molto tempo fa la capitale ha ospitato l’incontro tra Netanyahu e John Kerry. Senza dubbio stiamo assistendo ad un notevole cambiamento sia a livello internazionale che europeo. L’Italia sta così emergendo da uno scenario internazionale molto complesso come un attore chiave della politica estera.

 

04/12/2013

Italia e Russia: l’evolversi di una relazione previlegiata?

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All’inizio di questa settimana il Presidente Putin e la sua delegazione sono arrivati a Roma per un incontro bilaterale di alto livello. Il primo incontro interministeriale risale al 2002 e quest’anno, nell’arco di 5 ore, gli 11 ministri russi hanno firmato 35 accordi. Putin ha incontrato il Presidente Giorgio Napolitano, il Primo Ministro Enrico Letta, l’ex-Primo Ministro Romano Prodi e Papa Francesco. Il Presidente russo ha anche cenato con il suo vecchio amico Silvio Berlusconi, un ricordo della stretta relazione tra Italia e Russia.

A Trieste Italia e Russia hanno siglato un numero impressionante di accordi: 28 accordi commerciali e 7 intese intergovernative. Finanza, energia, industria, ricerca, occupazione e politiche sociali sono state le aree di intervento degli accordi. Il fondo di investimenti russo e la Cassa Depositi e Prestiti dell’Italia hanno sottoscritto un accordo per la creazione di un fondo comune di investimento di €1 miliardo che svilupperà aziende e progetti in entrambe i paesi.

La relazione tra Russia e Italia risale a molti anni fa e oggi può essere considerata una “relazione privilegiata”. Sicuramente si tratta di una relazione soprattutto economica. L’Italia è il terzo partner commerciale della Russia enel 2011 il commercio tra i due paesi ha raggiunto la cifra impressionante di €27 miliardi. Le esportazioni italiane in Russia riguardano essenzialmente prodotti meccanici, materie prime, tessite, pelletteria e arredamento. È interessante notare che più di 500 aziende italiane sono attive in Russia. Allo stesso tempo, la Russia è il principale fornitore energetico dell’Italia (15% di petrolio e 30% di gas vengono importati dalla Russia) eil settore siderurgico può contare su  una rilevante somma di investimenti diretti russi.

Comparata alle consolidate relazioni economiche, la storia delle relazioni diplomatiche tra Italia e Russia è leggermente differente. Non è un segreto che Berlusconi abbia fatto ampio riferimento ai suoi legami personali con Putin (anche se non è ben chiaro quali siano stati gli accordi tra Putin e Berlusconi). Monti è stato maggiormente interessato allo sviluppo dei legami commerciali. Ma Letta e il Ministro degli Esteri Emma Bonino stanno cercando di dare una nuova direzione alle relazioni con la Russia. In altre parole, se i precedenti governi hanno visto la Russia come un partner meramente commerciale, sembra che l’Italia stia ora sviluppando una visione più strategica della relazione diplomatica con la Russia. Anche se le relazioni economiche rimangono molto importanti (si pensi ad esempio al numero di accordi siglati a Trieste), ci sono almento due aree strategiche di cooperazione che i due paesi stanno sviluppando: una preoccupazione per la stabilità del Mediterraneo e un interesse sulle modalità di cooperazione nel vicinato orientale.

Quindi cosa è successo? Nella regione mediorientale e nordafricana l’Italia ha due obiettivi principali di politica estera: fronteggiare la crisi umanitaria in Siria e controllare il flusso di migranti e rifugiati. I politici italiani hanno timore che tra i rifugiati diretti in Italia possano nascondersi terroristi – un problema che i diplomatici italiani hanno discusso sia a Bruxelles che a Mosca. Sembra che a riguardo l’Italia e la Russia condividano la stessa posizione. Sia Lavrov che Bonino hanno insistito sull’idea di una maggiore inclusività nella gestione dei problemi internazionali. Hanno anche strutturato una missione comune per una stabilizzazione di lungo periodo del Mediterraneo checonsiste nell’idea di parlare sia all’Iran che ad Assad. Nel caso della Siria entrambi sono coscienti del fatto che tutti gli attori regionali devono essere coinvolti nella ricerca di una soluzione: “Se l’Iran è parte del problema, deve anche essere parte della soluzione”. Non sorprende che l’accordo della scorsa settimana con l’Iran e l’annuncio di una Ginevra 2 siano stati accolti con favore da entrambe i ministri.

Questi approcci comuni sono stati utilizzati anche per costruire una fiducia diplomatica tra i due ministri. In particolare hanno aperto uno spazio politico che ha permesso all’Italia – e in particolare al Ministro Bonino – di poter affrontare in modo costruttivo questioni più controverse, come il caso dell’attivista italiano di Greenpeace o altri questioni legate ai diritti umani.

Senza dubbio le relazioni italo-russe stanno evolvendo e maturando. La crisi in Siria e l’accordo con l’Iran non sono solo esempi di cooperazione tra Italia e Russia, ma anche l’emblema del nuovo approccio strategico dell’Italia alla politica estera

04/12/2013

Una nuova strategia di politica estera per l’Europa

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L’Europa ha bisogno di una nuova strategia di politica estera. Quello che ha funzionato in passato risulta ora inefficace se non contro produttivo.

A dicembre ricorrerà il decimo anniversario della Strategia di Sicurezza Europea. L’Europa è cambiata e non può rimanere ancorata al passato.

Di fatto l’Europa sta perdendo potere e influenza come attore di politica estera e ha bisogno di definire nuove priorità.  Sempre a Dicembre il Consiglio Europeo discuterà di difesa.  Si tratta di un’opportunità per i leader europei di rilanciare una nuova visione strategica.

Nel nuovo paper ECFR “Why Europe needs a new global strategy”,gli autori identificano 6 questioni che stanno rallentando l’Europa e che necessitano una revisione:

  • Il Soft power europeo in relazione ai “risvegli” globali;
  • L’aiuto e l’assistenza economicastanno perdendo impatto in un’era che vede protagonisti altri grandi investitori;
  • Il rafforzamento del “multilateralismo efficace”;
  • Interventismo liberalepiù difficile a causa dei tagli alla difesa;
  • Il disimpegno americano che sta cambiano le relazioni transatlantiche;
  • Il solo potere economico non è sufficiente per gestire i rapporti con l’Asia.

Secondo Mark Leonard, Direttore di ECFR “nessungoverno o azienda baserebbe la propria politica su una strategia così vecchia. L’Ue ha bisogno di rilanciarsi in un’era caratterizzata dalla globalizzazione guidata dalla Cina, dal dietrofront americano e da risvegli globali dove l’idea di base del soft power, ossia che gli altri vorrebbero essere come noi, va contro lo spirito stesso dei tempi

Per Nick Witney, Senior Policy Fellow di ECFR e già Direttore Generale dell’Agenzia Europea di Difesa “ La strategia del 2003 è il risultato di un’era passata, quando l’occidente guidava ancora il mondo e  l’Ue era la metà di oggi. Bruxelles ha paura di riaffrontare questa strategia in quanto ciascuno dei 28 stati membri promuove una diversa visione del mondo. Ma è proprio per questo che abbiamo bisogno di dibattito”.

 

 

04/12/2013

EU-Cina Summit, una nuova strategia europea verso l’Asia?

 

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Il summit di questa settimana tra l’UE e la Cina – il primo con la nuova leadership cinese – potrebbe essere l’inizio di una nuova e ambiziosa relazione tra Pechino e Bruxelles. Tuttavia il cammino è ancora in salita. La Cina ha rallentato l’accordo di partnership e cooperazione e rimane ancora da verificare se l’accordo per gli investimenti proposto rappresenti un passo avanti. La leadership cinese non renderà facile il raggiungimento di un nuovo accordo.

Quasi in contemporanea, il summit UE-Giappone ha prodotto un accordo senza precedenti – sia in termini commerciali che di sicurezza: l’UE sosterrà iniziative diplomatiche tese ad allentare le tensioni marittime nell’Asia orientale.  Il Vertice ha inoltre compiuto passi in avanti verso la conclusione di un Accordo di libero scambio, sebbene le trattative siano oscurate dal negoziato principale sul partenariato transpacifico sostenuto dagli Stati Uniti.

Questi eventi evidenziano come sia necessaria una politica europea verso l’Asia più determinata. Nel nuovo policy brief di ECFR “Divided Asia: the implications for Europe”, François Godement sostiene che l’Europa debba sviluppare una nuova strategia asiatica “Honest, ambitious and, above all, regional”. Tale strategia dovrebbe includere:

•          Un Partenariato Europa – Asia: gli accordi commerciali bilaterali non sono più sufficienti per l’UE. L’Europa ha bisogno di creare un accordo di scambio e investimenti regionale che possa fare da contraltare alla partnership transpacifica sostenuta dagli USA offrendo anche alla Cina la possibilità di aderirvi. In caso contrario, l’Europa rischia di restare indietro nell’accesso a quei mercati che sono in continua espansione.

•          Un focus sulla sicurezza energetica regionale: l’Asia ha bisogno di nuove risorse energetiche per la sua crescita. L’Europa dovrebbe dare priorità al rafforzamento della sicurezza energetica attraverso iniziative comuni, quali limitare l’uso di sanzioni e boicottaggi alla creazione di un accordo sui diritti di navigazione e la condivisione delle risorse e della sorveglianza delle zone economiche esclusive.

•          Una strategia comune per la vendita di armi europee in Asia: il commercio di armi sta crescendo esponenzialmente grazie alla corsa agli armamenti regionale di cui l’Europa è uno dei protagonisti. In Asia l’Europa è un attore di sicurezza molto più importante di quanto l’Europa stessa creda. Tuttavia la mancanza di una strategia comune europea continua ad indebolire l’influenza dell’Europa stessa nella regione.

Secondo François Godementl’approccio europeo verso l’Asia non è in linea con le tendenze del continente. L’Asia non è interessata ad importare dall’Occidente le istituzioni multilaterali per la sicurezza e l’arbitrato internazionale, e l’UE dovrebbe desistere dal cercare di applicare trasferire le proprie esperienze post-belliche al contesto asiatico”.

 

 

04/12/2013

Cina: fine della non-ingerenza?

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Il ruolo internazionale della Cina sta cambiando. Il paese sta cercando di conciliare la propria politica estera internazionale basata sulla non-ingerenza con la crescente presenza economica a livello globale. Le relazioni della Cina con l’Iran o la reazione alla crisi siriana sono chiari esempi di come la Cina stia riconsiderando la propria politica estera. Questo dibattito accende i riflettori su come la Cina definisca i propri interessi nel Medio Oriente e perchè Pechino sia esitante nel sostenere le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza relative a scenari come quello siriano.

L’ultima edizione della China Analysis – The end of non-interference? – pubblicato da ECFR e l’Asia Centre, si focalizza sulla politica estera cinese nei confronti dell’Iran, del Sudan, della Siria, della Corea del Nord e della Birmania. Analizza il ricco dibattito sulle ambizioni globali cinesi e le relative responsabilità, dibattito che si svolge all’interno della comunità cinese che si occupa di politica estera:

Relazioni tra Cina e Siria:

–          I veti cinesi alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sulla Siria, possono essere visti come il simbolo del nuovo ruolo internazionale della Cina. Gli analisti cinesi concordano sul fatto che l’obiettivo deve essere la fine delle violenze in Siria, ma non sono in accordo con l’Occidente relativamente alle modalità di azione. Gli analisti cinesi percepiscono la nozione “responsabilità di proteggere” come un concetto dannoso e vago che mira a legittimare il “cambio di regime”.  I veti cinesi possono altresì essere visti come una lezione per l’Occidente, che mostra come la politica estera della Cina sia basata su principi forti, come ad esempio il rispetto della non-ingerenza negli affari interni degli altri Stati. Ad esempio, Yan Xuetong ritiene che bloccare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sia nell’interesse stesso della Cina: distoglie l’attenzione degli Stati Uniti dall’Asia, riduce il rischio di guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran e rafforza la partnership di Pechino con Mosca.

Relazioni tra Cina e Iran:

–          Nell’ultima decade la richiesta di Pechino per la sicurezza energetica ha avvicinato la Cina all’Iran. Ma gli analisti cinesi riconoscono che le relazioni della Cina con l’Iran attirano il paese nella controversia relativa al programma nucleare iraniano. Nonostante i richiami degli Stati Uniti e dell’UE a giocare un ruolo più attivo nella risoluzione della crisi nucleare iraniana – soprattutto attraverso il rafforzamento delle sanzioni – gli esperti cinesi non credono che questo sia nell’interesse della Cina. Infatti, propongono che la Cina persegua i suoi interessi economici e di sicurezza nella regione, senza tenere in considerazione le critiche esterne. Tuttavia, gli studiosi sono ottimisti sul futuro delle relazioni Cina-Iran. Ad esempio, Zhao Kejin pensa che il nuovo presidente dell’Iran, Rouhani, possa vedere la Cina come una “opportunità strategica” per andare oltre lo stallo diplomatico con l’Occidente.

Secondo François Godement  “La non-ingerenza avrebbe potuto ostacolare la  diplomazia cinese, prevenendo risposte frettolose e proteggendo pensieri scomodi. Tuttavia, passare ad una politica più impegnata che non sia timorosa nel prendere posizioni e favorire particolari obiettivi nazionali, apre ad una gamma di dubbi e risposte differenti. Gli strateghi cinesi stanno scoprendo i dilemmi di un potere imperiale” –

 

 

04/12/2013

In cerca di legittimità: il Movimento Nazionale palestinese 20 anni dopo Oslo

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Palestinesi e Israeliani sono tornati a negoziare. Per la leadership palestinese a Ramallah, la posta in gioco è alta. L’apatia dell’opinione pubblica nei confronti dei negoziati, che molti palestinesi vedono come una copertura per la rinnovata occupazione e l’espansione degli insediamenti, è solo uno dei problemi che la leadership deve affrontare. Tra le altre problematiche, il fallimento delle trattative di riconciliazione, la crisi fiscale dell’Autorità Palestinese, il crescente allontanamento tra la leadership e quell’elettorato chiave palestinese come rifugiati e giovani, e la persistente occupazione del territorio da parte di Israele.

Questi problemi minacciano di indebolire ulteriormente il movimento nazionale palestinese già in difficoltà. Molti palestinesi temono infatti che abbia già perso la sua strada. Questi problemi aggravano, quindi, una già crescente crisi di legittimità della leadership palestinese.

Nel nuovo policy brief di ECFR, “In cerca di legittimità: il Movimento Nazionale palestinese 20 anni dopo Oslo”, Alexander Kouttab e  Mattia Toaldo sostengono che la leadership palestinese debba affrontare tre questioni per poter superare le sfide attuali:

Un nuovo dialogo nazionale: Un’assemblea costituente – rappresentativa di tutti i palestinesi – per redigere un nuovo programma nazionale.

Riforma istituzionale: la chiave per un nuovo assetto istituzionale risiede nella netta separazione dei poteri e delle responsabilità tra l’OLP e l’AP. Il Consiglio Legislativo Palestinese dovrebbe anche essere ripristinato attraverso le elezioni dell’AP. Inoltre, una rimodulazione dei programmi di aiuto internazionale aiuterebbe a rivitalizzare la società civile palestinese.

L’UE e i gli stati membri dovrebbero impegnarsi più seriamente per i diritti palestinesi: l’impatto del possibile passaggio dall’indipendenza nazionale ad un movimento per i diritti dei palestinesi ha bisogno di essere valutato e integrato nel dibattito sulla soluzione a due stati.

Secondo Mattia Toaldomolti palestinesi hanno perso del tutto la fiducia nella soluzione a  due stati. La politica interna palestinese deve essere presa in considerazione se l’UE e gli Stati Uniti vogliono che le trattative portino ad un accordo”.

Per Alex Kouttab “sempre più palestinesi temono per il futuro del movimento nazionale; altri chiedono cambiamento. La sfida che deve affrontare la leadership palestinese è quella di tenere assieme un consenso nazionale palestinese basato su un insieme condiviso di obiettivi e strategie nazionali”.

Alcuni dati utili

  • Il 58% dei palestinesi crede che la soluzione a due stati non sia più praticabile a causa dell’espansione degli insediamenti, mentre il 69% crede che i cambiamenti per l’istaurazione di uno stato palestinese nei prossimi 5 anni sono scarsi o non esistenti. (Palestinian Center for Policy and Survey Research, sondaggio del giugno 2013 sui residenti dei TOP)
  • Nei TOP, solo il 3% dei palestinesi di età compresa fra i 15 e i 29 anni crede che i negoziati possano garantire diritti (Sharek Youth Forum 2013)
  • I rifugiati palestinesi, nonostante il numero cospicuo (di cui i 5,271,893 registrati con l’UNRWA sono solo una parte), sono stati largamente marginalizzati dall’attività decisionale politica palestinese e non sono presi in considerazione nel progetto di creazione dello stato palestinese. Fanno parte dell’elettorato marginalizzato, giovani, detenuti, cittadini palestinesi d’Israele e organizzazioni della società civile.
  • Il 15 novembre 1988, la dichiarazione di Algeri dell’OLP ha ufficialmente sostenuto la divisione e la creazione di uno stato palestinese vicino a Israele. Questo obiettivo rimane il fulcro delle rivendicazioni del movimento nazionale palestinese. Sempre meno palestinesi credono nella nascita a breve di uno stato indipendente, con conseguenti dubbi sulla tenuta dello status quo.
04/12/2013

Elezioni tedesche e futuro dell’Europa, Ginger Group con Ulrike Guérot

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04/12/2013

Brainstoarming sull’Egitto, Settembre 2013

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04/12/2013

East Forum 2013, Roma 7 luglio

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